Una parola al mese

Vogliamo imparare ogni mese, per un anno, una parola nuova, ricorrendo al dizionario e alla "scrittura creativa". Abbiamo iniziato nell'ottobre del 2016. Inviateci via email le vostre parole nuove e, se vi piace scrivere, anche i vostri esercizi di scrittura in italiano.

 

Mercoledì 27 settembre 2017. UNA PAROLA AL MESE. Settembre: infenso.

Oggi il vocabolario Treccani, edizione elettronica, ci ha regalato la seguente parola nuova: “infenso”.

Infenso: ostile, avverso.

 

Inferno: alla vita

infinitamente, intensamente infenso

infimo e infame

vuoto.

 

L’eccezionale evento, il ritrovamento della poesia inedita “Inferno” di Giuseppe Ungaretti in uno scassato cassetto della sua dimora romana, è stato rivelato l’altro ieri in occasione del festival letterario “UmbriaLibri” e ha immediatamente suscitato estrema curiosità, sia da parte del pubblico che della critica.

Il rinvenitore della poesia è Blatero Sascone, un agente immobiliare che si trovava, circa una settimana fa, nella vecchia abitazione per un’ordinaria presa di visione della stessa da parte della sua agenzia.

Blatero Sascone ha confessato di aver buttato in un cestino quello che credeva essere un insignificante foglio scarabocchiato da qualche marmocchio del secolo scorso.

La donna delle pulizie, che l’umanità e l’humanitas la ringrazino, si è resa conto del valore del testo non appena l’ha scorto sul fondo del cestino. Neolaureata in Letterature Comparate presso la Sapienza di Roma, lo stesso ateneo dove Ungaretti aveva insegnato per tanti anni, la donna ha interrotto immediatamente il lavoro (purtroppo ne è seguito, pochi giorni dopo, il suo licenziamento) per recarsi d’urgenza al Dipartimento di Studi Ungarettiani della medesima università e consegnare il foglio, unitamente al cestino in cui era stato ritrovato, al relatore della sua tesi di laurea in poetica ungarettiana, Prof. Edemio Collinale.

In vista del suo intervento, che avrebbe avuto luogo da lì a pochi giorni, a UmbriaLibri, il Prof. Collinale ha deciso di utilizzare la ribalta del festival per dare notizia dello straordinario rinvenimento.

Il componimento, splendido, è stato da lui datato al 1959; non sono chiare, per il momento, le ragioni per cui il poeta avesse deciso di non pubblicarlo. Ve ne forniamo, di seguito, il testo integrale.

 

Inferno: alla vita

infinitamente, intensamente infenso

infimo e infame

vuoto.

Infenso alla vita,

d’inferno amico,

superare, è importante

quest’inverno, le dico.

Infatti, fa

freddo

troppo

freddo

infinito

freddo

fra noi. Che fame.

 

Il titolo, attribuito dal Prof. Collinale, di “Inferno” è stato contestato dal Prof. Celestiano Freddelli, suo collega del Dipartimento di Studi Ungarettiani. Freddelli ha proposto di rinominare il componimento “Infenso”. Sarà l’editore a decidere. Nel frattempo, si è scatenata la corsa all’interpretazione più aderente. La maggior parte dei critici, espressisi sui giornali di ieri (quale stupefacente rapidità!), è arrivata a una conclusione sorprendente: Ungaretti aveva un’amante (“le dico”: chi mai sarebbe, altrimenti, questa lei  dal poeta menzionata?) ed era deluso dalla consorte, poiché ella spesso dimenticava di cucinare (“che fame”) e di accendere il riscaldamento (“infinito freddo fra noi”: è doveroso segnalare, però, che quest’ultima frase potrebbe avere anche un valore metaforico ed essere in realtà riferita al rapporto tra i due consorti). L’inferno non sarebbe altro che la loro tormentata vita di coppia; l’inverno e il vuoto potrebbero essere quindi ulteriori rappresentazioni figurate della stessa. Il ricorso al termine “infenso”, decisamente in disuso, si spiegherebbe pertanto con il desiderio dell’artista di alludere – per i lettori più raffinati – allo stato di “disuso” in cui era caduta la loro relazione.

Se non siete d’accordo su questa interpretazione, diciamo così, “autobiografica” della poesia, contattateci e proponetecene una differente: studiungarettiani@infenso.unisapienza.it.

 

Scriveteci le vostre parole nuove (e i vostri esercizi di scrittura creativa) qui.

 

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Giovedì 31 agosto 2017. UNA PAROLA AL MESE. Agosto: immollarsi.

Oggi il vocabolario Treccani, edizione elettronica, ci ha regalato la seguente parola nuova: “immollarsi”.

Immollarsi: bagnarsi molto.

 

Genuo Giorgio, il gatto, amava

di amor non corrisposto

la gatta Trappa Aida.

Per dar prova d’amor

nel lago s’immollò

ma fu scelta suicida.

 

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Lunedì 3 luglio 2017. UNA PAROLA AL MESE. Luglio: abbiosciamento.

 

Oggi il vocabolario Treccani, edizione elettronica, ci ha regalato la seguente parola nuova: “abbiosciamento”.

Abbiosciamento: l'abbiosciarsi; accasciamento, avvizzimento.

 

 

Era un rozzo: votava a destra, commentava ad alta voce le forme delle turiste in centro, si lavava poco e pretendeva dalla moglie la cena pronta tutte le sere.

Era un rosso: votava a sinistra, discuteva di politica italiana con donne straniere appena conosciute, si vestiva con cura, faceva la spesa e lavava i piatti (ma non stirava - era pur sempre italiano).

Erano due gemelli: il Rozzo e il Rosso. Lontani fra loro come Valentino Rossi e Stephen Hawking. Si volevano bene, ma non lo sapevano; o meglio, non lo sapevano più, dopo anni spesi nello sforzo di rimuovere quello scomodo sentimento d’affetto.

Avevano una madre: la Bionda. Mangiava solo biologico e cavalcava ancora l’onda. Il padre dei due ragazzi era sparito pochi mesi dopo la nascita: pertanto, la distanza siderale, epocale tra il Rosso e il Rozzo non poteva essere attribuita alla presenza di due differenti influssi psicologici e/o ideologici, l’uno materno e l’altro paterno, durante l’infanzia e l’adolescenza. La responsabilità era da attribuire tutta alla Bionda, alla sua personalità, che la portava da un lato a donarsi agli uomini con estrema superficialità (il criterio delle sue scelte essendo sempre e invariabilmente estetico), dall’altro ad adottare filosofie e stili di vita sofisticati e, come già scritto, a mangiar solo biologico.

Il Rosso l’andava a trovare ogni tanto, per discettar di questioni globali, geopolitica e simili; il Rozzo molto raramente, per abbracciarla e dirle che le voleva tanto bene.

La Bionda aveva tentato varie volte di convincere i figli a provare il biologico; ma il Rosso non era interessato ai suoi “borghesi capricci alimentari da privilegiati occidentali”,  mentre il Rozzo le rispondeva che, se avesse mangiato anche una sola volta carne o verdura biologica in pubblico, gli amici l’avrebbero immediatamente cacciato dal gruppo.

Un giorno, però, le si presentò un’ottima occasione. I due gemelli sarebbero venuti a trovarla alla stessa ora e si sarebbero entrambi (a loro insaputa) fermati a cena. La Bionda si guardò bene dall’avvisarli della sovrapposizione, perché aveva in mente un piano: servire cibo biologico in incognito. In qualche oscuro recesso della sua confusa coscienza genitoriale, o più probabilmente tra le intricate strade notturne dei suoi impulsi materni, era sorta improvvisa la speranza che l’esperienza della condivisione di una cena biologica avrebbe potuto riavvicinare i ragazzi.

I due, inizialmente indispettiti, non se la sentirono di declinare l’invito a cena dell’amata madre e finirono per mangiar tutto quello che era stato per loro preparato, senza mostrare alcun segno di sospetto o di disgusto: il Rozzo masticava raccontando gli ultimi sviluppi di Amici mentre il Rosso, fingendo di non sentirlo, informava la Bionda degli ultimi sbarchi di immigrati e delle relative dichiarazioni di Angela Merkel.

Poco dopo il termine della cena, però, i gemelli iniziarono a sentire in sé qualcosa di strano. Non stavano male; era invece una sensazione nuova, forse vagamente fastidiosa ma certamente non dolorosa, per la quale non trovavano – né l’uno né l’altro - la giusta parola. Ne parlarono, e furono stupiti di provare, per una volta, la stessa cosa nello stesso momento (e, soprattutto, meravigliati di star entrambi cercando una parola senza poterla trovare); senza averlo di certo preventivato, il Rosso e il Rozzo finirono per allearsi, di fatto, nell’ardua impresa di svelare – o, perché no, di coniare - il termine adatto a quell’originale, misteriosa sensazione.

Si scambiarono tutte le impressioni e valutazioni relative a quel malessere, concordando sia sul suo carattere composito e complesso (parole del Rosso) che sulla prevalenza di una curiosa sensazione congiunta di accasciamento e di avvizzimento. Si trattava, d’altra parte, di un accasciamento/avvizzimento parziale, periferico, perché non ottundeva affatto la curiosità intellettuale, al contrario (soprattutto nel caso del Rozzo) risvegliandola e stimolandola. Era, quindi, vita e decadenza allo stesso tempo; si trattava di una finestra aperta verso una dimensione inspiegabile dell’apparato psicofisico; era dunque un... era pertanto un... un... (il neologismo giunse alle loro menti nello stesso istante, ma il Rosso fu il primo a pronunciarlo) un... “abbiosciamento”!

La Bionda era stata a guardarli e ad ascoltarli con curiosità, senza intervenire; poi, mentre quelle loro sensazioni iniziavano a sparire, tutto sembrava tornare alla normalità e i suoi ragazzi cominciavano a rivolgere ad altro la loro attenzione, prese nota del nuovo termine, ben sapendo che la causa di tutto era il cibo biologico, loro propinato senza preavviso alcuno.

Non svelò mai loro il segreto di quella serata e continuò, nei mesi successivi, a invitarli a cena insieme (ormai non più a loro insaputa) servendo cibo rigorosamente non biologico. Infine, compiuti trent’anni, il Rozzo si trasferì in Germania e il Rosso in Francia. La madre smise di scegliere gli uomini solo in base ai muscoli; si sposò con un robusto pensatore indipendente e dette alla luce una splendida bimba, che chiamò Italia, nella speranza che sarebbe cresciuta meno confusa di lei e che sarebbe rimasta nel Bel Paese per sempre.

Crebbe Italia, invece, molto confusa e molto in crisi – ma si battè sempre, una volta diventata un’importante personalità culturale, per il popolo italiano oppresso dai paraculi e dai disonesti, e mai, mai l’abbandonò.

 

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Giovedì 8 giugno 2017. UNA PAROLA AL MESE. Giugno: marabutto.

Oggi il dizionario Nuovo etimologico - DELI  ci ha regalato, a pagina 931, la seguente parola nuova: “marabutto”.

Marabutto: combattente della guerra santa, nell’Islam.

I gatti sono seri anche quando giocano: stabiliscono delle regole e ne pretendono il rispetto. Noi bimbi dovremmo prendere esempio da loro, ma non lo facciamo quasi mai; per non parlare di molti adulti, che giocano con le cose serie, invece di seriare con le cose gioche.

Cosa accadrebbe, mi son chiesta l’altro ieri, se si provasse a far giocare insieme gatti, adulti e bambini? Una ricerca su Google, fatta ieri, non ha dato una risposta soddisfacente alla mia curiosità; oggi la domanda posta a zia Webba è rimasta inevasa, essend’essa tutt’intenta a far la spesa on line; domani proverò con il gatto (di sua figlia Giga) e dopodomani, se anche con il felino (e con la mia cuginetta) andasse male, tenterò con il cane Byte, quello della nonna.

Nel frattempo, non pensando io in questi giorni ad altro, la domanda ha invaso i miei sogni, a partire appunto dalla notte dell’altro ieri. Per due notti ho dunque ininternottamente sognato gatti, bimbi e grandi giocare insieme e, purtroppo, non sono in grado di darvi un resoconto dettagliato e puntuale di quanto ho visto e vissuto mentr’ero, apparentemente, nel mio letto. Proverò adesso, ad ogni modo, a farvene una molto breve e alquanto inevitabilmente arida sintesi: infatti, è comunque meglio – almeno secondo me - trovare una risposta onirica e quindi confusa, sognata ininternottamente, che non trovarne alcuna cercata ininternettemente. La mia vita è così piena di informatica che, in pratica, solo la notte sono off line - e felice.

La prima cosa che ricordo d’aver sognato è l’immagine d’una gatta sbruffona ed egoista, il cui nome – ed anche parola preferita – era “Mia!” Mia! diceva sempre “mia!”, evidentemente non sapendo bene la grammatica, perché così si esprimeva anche nei casi in cui sarebbe stato appropriato dire “mio!”: “Questo è mia!”, affermava, “e anche quest’altro è mia!”. Tutto ciò che esisteva era “mia!”, per lei – nessuna sorpresa che si facesse chiamare “Mia!”, dunque.

C’era poi una gatta saggia e paziente, la quale – dopo aver’invano tentato di ragionarci e di spiegarle la regola – le stava suggerendo, con spirito pratico, un compromesso creativo: “Di’ sempre ‘miao!’, così non ti sbagli, mai!”. Ma Mia! mi sembrava disposta ad accettare solo in parte il saggio consiglio.

A un certo punto ho sentito due esseri umani maturi chiacchierare tra loro (evidentemente credevano non ci fosse nessuno ad ascoltarli): si chiamavano Amamo ed Ema. Erano in piedi in mezzo a un prato: mi sono avvicinata per sentire meglio cosa dicevano (stavano commentando il linguaggio e il comportamento della felina sbruffona. Pare, a sentir’essi, che le due micie, l’egoista e la savia, fossero i primi felini mai vissuti), quando improvvisamente i due adulti hanno iniziato a baciarsi (evidentemente credevano non ci fosse nessuno a vederli); dopo pochi istanti, si son tolti le foglie che indossavano e hanno iniziato a fare l’amore (evidentemente credevano non ci fosse nessuno, punto). Dopo mooolto tempo, hanno finito, si son baciati un’altra volta e si sono rimessi le foglie.

Poi però le vicende si son fatte confuse; anzi, a dire il forse, è la mia d’esse memoria ad essere confusa; perciò, ripeto che sarò breve: ecco, so che c’erano anche due bimbi, Mara e Mao; e una mamma che li chiamava impaziente: “Mara!” “Mao!” “Mara!” “Mao!” Poiché la micia buffoncella nel frattempo continuava ad alternare un “Mia!” a un “Miao!”, la Mia confusione forse potete anche capirla, tutto sommato. Il papà di Mara e Mao, c’era anch’egli ebbene sì, non faceva che lamentarsi di un collega, il quale si chiamava “Farabutto” ma anche “Giuppini”, bello avere due cognomi, però a quanto ne so è contro le regole.

A proposito di regole, e arrivando quindi al punto più importante, ecco che all’improvviso (questo, ne sono sicura, l’ho sognato la seconda notte, quindi poche ore fa) tutti questi soggetti - bimbi, grandi e mici – stanno giocando insieme, e la gatta saggia sta spiegando le regole a tutti, ma né Mia! (nonostante sia una gatta), né Mara né Mao, né Amamo e neppur’Ema l’ascoltano affatto, per non parlare dei genitori di Mara e Mao (Clara e Carlo, di nome facevano, probabilmente – ma non è da escludere che si chiamassero Carla e Claro). Tutti, tranne la savia micia, giocano e basta, senza norme né costrizioni. E allora la gatta paziente e lungimirante se ne va, sconsolata, ripetendo fra sé e sé: “fatica buttata”, “fatica buttata”, fatica buttata”.

Ed ecco ch’entra in scena un nuovo personaggio: un combattente della guerra santa, nell’Islam. Però non uno di quelli dei tempi delle Crociate – no, uno di oggi, un oggihadista, se ho capito bene questa parola straniera. Era stato avvisato da qualcuno del fatto che Ema e Amamo s’eran levati le foglie e dati all’amplesso, perciò era entrato nel sogno per farli secchi. Per fortuna il sogno era il mio, quindi l’ho eliminato (l’oggihadista) velocemente. Però le foglie dei due innamoratoni, nel frattempo, s’eran fatte secche; ragion per cui se ne dovettero procurare delle nuove, fresche, o frasche (a volte non sono certa di saper bene tutte le parole. Ma questo l’avete capito, ormai, mi sa).

Intanto Claro o Carlo gioca, con Ema e Amamo e la Clara o la Carla che ripete Mara-Mao!, poi cambia e fa Mao-Mara!, e Mao e Mara giocano e anche Mia!, insomma che confusione, che sogno chiacchierone e sregolato, il che risponde alla mia domanda originaria (pertanto, a pensarci bene, domani e dopodomani potrò evitar di disturbare Byte, Giga e il suo gatto) ma non a due nuove questioni che ora, di colpo, sveglia e desta m’affliggono: come si
chiamava quel gioco, da costoro senza regole giocato? E come si chiamava la micia, saggia, paziente e lungimirante?

Forse, alla fin fine, trattandosi d’un sogno, i nomi che non so ancora io li posso or’ora, anzi adess’adesso, decidere da sola. Off line e felice. E allora, eccoli qui: i nomi del gioco e della gatta sono molto simili fra loro. Sono dunque: Marabutto  e Marabutta.

L’antica origine del nome del gioco, Marabutto, è (secondo me) oscura; ma non così quello della miciotta. Costei, infatti, infatuata di quel gioco selvatico e ribelle, prese un dì il suo nome; e nel giro di pochi mesi fatati e fatali, riuscì a dargli una bella regolata.

Marabutto fu il gioco

e Marabutta chi l’amò.

Chi lo sa, se stanotte

ancor li sognerò?

 

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 Martedì 16 maggio 2017. UNA PAROLA AL MESE. Maggio: acrocoro.

Oggi il dizionario Treccani edizione per la Libreria 2009  ci ha regalato, a pagina 26, la seguente parola nuova: “acrocoro”.

Acrocoro: (geogr.) insieme assai esteso di rilievi.

“Chi di voi non ha mai provato ad attraversare un acrocoro”? Vedo molte mani alzarsi. Tutte. Nessuno dei presenti, tranne me, ci ha mai provato. “Professore, cos’è un acrocoro?” mi chiede un ragazzo, in piedi. Sono felice che non lo sappia. Se sai cos’è, sei già perduto: non puoi evitare di provare ad attraversarlo, ma allo stesso tempo la tua impresa può solo fallire; e ne esci mutato.

Non passeggiare tra quei campi. Vi incontrerai dei contadini; vi scoprirai degli animi agresti. Riprenderai a percorrerli, finché incontrerai lei, la donna dagli occhi trasparenti, incastonati sul nulla; li guarderai. Non saranno finestre attraverso le quali scoprire la sua anima, non saranno specchi nei quali ritrovare la tua immagine; i suoi occhi verdi sono la sua mente nera. Essi non riflettono, né esprimono.

Vorrei poter dire tutto questo a quel ragazzo, che continua a guardarmi, aspettando con pazienza la mia risposta alla sua domanda. Ma come potrei farlo? Il mutismo di quegli occhi verdi, il mutismo di quell’animo nero mi hanno tramutato in un pupazzo di nozioni: “Un acrocoro è un insieme assai esteso di rilievi. In altre parole, si tratta di un vasto altopiano, generalmente circondato da catene montuose”.

Mancano ancora venticinque minuti al termine della classe, ma è come se fosse già finita. Se avessi incontrato la nera e verde donna quand’ero giovane, sarebbe come se la classe non fosse mai iniziata. Ma l’ho conosciuta sette anni fa, all’età di 45 anni. Ricordo i giorni passati a desiderare quel viso aspro, quelle mani appuntite, quel corpo robusto e denso, capace di ammorbidirsi e di avvolgere. Ottenni, infine, da lei quel che volevo: ma il successivo e ultimo desiderio, nato da quel possesso totalizzante e ipnotico, non potrò realizzarlo mai. Non puoi attraversare un cuore agro.

“Si sente bene, professore”?

Non mi sento bene, perché ho provato ad attraversarlo, e non avrei dovuto. Ora sono diverso, mentre voi siete uguali, sarete sempre uguali, uguali a voi stessi e uguali tra di voi. “Certo, ragazzi; tutto bene. Durante la prossima lezione vi racconterò di quei pochi coraggiosi che hanno tentato l’attraversamento dell’acrocoro. Solo uno di loro è tornato; ed è qui, davanti a voi, per insegnarvi a non temere il mistero, a non creder mai a chi vi dice: ‘impossibile!’, a non dubitare mai di voi stessi, a provare tutte le esperienze possibili. Il nostro corso di Geografia è diverso da quello degli altri professori!”

Sento gli applausi, ma non mi scaldano il cuore.      

 

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Sabato 1 aprile 2017. UNA PAROLA AL MESE. Aprile: follone.

Oggi il dizionario Treccani edizione per la Libreria 2009  ci ha regalato, a pagina 649, la seguente parola nuova: “follone”.

Follone: lavatore e smacchiatore o sodatore di panni.

Ognuno ha degli scheletri nell’armadio. Ma questo non autorizza sempre i giornalisti a ficcare il naso nel mobilio altrui. Certamente, di solito è un bene che gli scheletri siano messi in mostra nella stanza o, ancor meglio, in piazza: la gente deve sapere. Ma non sempre. Si danno dei casi – rari, lo ammetto - in cui lo scheletro sta bene dove sta. Non vi siete mai chiesti, come passino il tempo tali strutture ossee recluse in scomodi, cupi, claustrofobici armadi? Non l’avete fatto? Bene; lo speravo. Gli scheletri, ovviamente, non passano il tempo, perché essi sono oltre il tempo; perché essi sono fine. Sarebbe follia credere il contrario. Sarebbe follia credere, che esistano degli scheletri che fanno eccezione. Degli scheletri che persistono. Nel tempo. Degli scheletri che non siano fine, ma solo pausa. Degli scheletri che tale pausa la debbano, in qualche modo, passare.

Non fermiamoci qui. Sarebbe comodo; ma non possiamo fermarci qui. Dobbiamo, invece, immaginare. Immaginare uno scheletro diverso. Uno scheletro innocente, che creda nella follia e che rifiuti il suo destino. Uno scheletro che voglia passare la sua lugubre pausa, nell’assurda speranza di una redenzione e di un felice ritorno nel tempo delle creature animate.

Eccolo: lo vediamo già: è gigantesco. è prigioniero del suo altrettanto gigantesco armadio, ma non è inattivo. Si sente ancora parte della famiglia a cui il mobile appartiene; pertanto, si dà da fare. Era stato, da bambino, molto amato; ora, vuole rendersi utile. Ritenuto - al momento del trapasso - da tutti colpevole, sa di essere innocente. Non vuole finire estratto da giornalisti curiosi e irrispettosi; non vuole finire estratto ed esposto nella sua nudità scarnata, da nessuno. Lui, scheletro enorme e dissennato, è il follone. Follemente aggrappato al tempo, alla vita. Lo vediamo muoversi sicuro, nell’armadiodella sua vecchia stanza da letto, armato di pezzette, stracci, carta scottex e spruzzatore di acqua e detersivo. Osserva attentamente ogni abito lì riposto, finché non ne trova uno non perfettamente pulito. Ogni volta che individua un vestito appena un po’ sporco, sul quale delle minuscole macchie di sangue siano ancora visibili, sorride. Un sorriso folle, da scheletro sopravvissuto, da scheletro cocciuto e felice. Il sorriso dura pochi, interminabili secondi. Lo immaginiamo brillare bianco nel buio dell’armadio. Quando il sorriso si spegne, torna l’oscurità. è fitta, asfissiante. Ma l’oscurità è il regno del follone; l’enorme maniacale struttura ossea sopravvivente sa ben agire nelle tenebre. Spruzza il detersivo sul capo di abbigliamento imperfettamente igienizzato; ne strofina le zone ancora rosse. Terminata l’operazione, forse sorride ancora; speriamo di no. Ma certamente è felice. Non ci sono giornalisti a cercar di forzare l’armadio. Sarebbe sbagliato e sarebbe inutile: lui lo sa bene. Perché i panni sporchi, si lavano in famiglia; e il lavaggio spetta al follone. 

 

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Lunedì 13 marzo 2017. Oggi il nostro Treccani edizione per la Libreria 2009  ci ha regalato, a pagina 801, la seguente parola nuova: “indonnarsi”.

 

 Indonnarsi: farsi signore, impadronirsi.

  

Prima parte      

Dopo la terza guerra mondiale, i maschi del mondo occidentale avevano definitivamente ceduto il passo. La Grande guerra li aveva corrotti, la seconda guerra mondiale li aveva depressi, la terza gli aveva dato il colpo di grazia. Le donne occupavano, vent’anni dopo il termine del conflitto, tutte le posizioni politiche ed economiche più rilevanti; ma – soprattuttto – esse non si consideravano più pari agli uomini. Si ritenevano superiori, mentre l’amore saffico si diffondeva sia tra le classi colte che nella borghesia ricca e la maggior parte dei maschi, ridotti a svolgere per lo più mansioni umili e subordinate, accettava come giusta e inevitabile tale valutazione da parte delle femmine, considerando la propria inferiorità un fatto oggettivo, dato dalla natura.

Naturalmente, la maggior parte non significava tutti. Non tutti avevano partecipato ai - o erano stati corresponsabili dei – deprecabili eventi dell’ultima guerra; perciò, tra i (pochi) non-partecipanti e non-corresponsabili, c’era ancora qualcuno che non aveva perduto l’autostima.

Lo si era già visto con la rivolta delle banche del seme. Scoppiata, 15 anni dopo il conflitto, in una città di periferia, si era diffusa nei tre anni seguenti in diverse città, fino a contagiare, marginalmente, anche la capitale della repubblica. Ma era fallita – e non avrebbe potuto far altro che fallire: non solo era stata condotta da soli maschi, ma al suo interno si erano infiltrati numerosi sabotatori, uomini deboli che temevano di perdere, a causa degli incendi delle banche del seme, la loro fonte di sussistenza. Al termine di quella serie di ribellioni, la posizione dei maschi nella nuova società repubblicana era ulteriormente peggiorata.

Nonostante il fallimento, però, il seme del cambiamento era stato, per lo meno, gettato nel vento; non attendeva che un terreno fertile, per posarsi e generare. E il terreno fertile uscì infine allo scoperto: era un essere umano, per la precisione un maschio mammo, e portava il nome di Algirdo.

I maschi mammi si trovavano al gradino più basso della scala sociale: il loro lavoro – non retribuito, salvo il vitto e l’alloggio – consisteva nel rispondere alle chiamate di mamme abbandonate dalle proprie partner e nell’aiutarle a crescere i loro figli, per un periodo che terminava quando la madre in questione trovava una nuova compagna di vita per sé e, di conseguenza, una nuova genitrice adottiva per la sua prole.

Algirdo era riuscito, dopo anni di esperienza nel mestiere, anni in cui decine di mamme avevano apprezzato le sue abilità - nel cambio del pannolino, nel bagnetto, nella preparazione del cibo, etc. - a indonnarsi: era un qualcosa di inaudito; non ci era mai riuscito alcun maschio; il verbo stesso era andato in disuso ancor prima di diffondersi; ma lui, lui ce l’aveva fatta. Non solo era stato in grado di impadronirsi delle tecniche femminili più avanzate per l’educazione dei figli - risultato che all’epoca sembrava geneticamente precluso a un cervello maschile - ma aveva acquisito lo spirito femminile, non esclusivamente sul piano pedagogico ma in un senso molto più ampio: quella capacità che le donne avevano di esprimersi, di relazionarsi, di mettere energia nelle cose, di credere in quello che facevano e di fare le cose giuste, per le ragioni giuste, con i mezzi giusti.

L’intelligenza emotiva, quella potente arma delle donne, non era più un mistero per lui - e ciò lo rendeva radicalmente differente dal maschio medio dell’epoca, anaffettivo, vacuo, spento (mammi inclusi). Algirdo si era realmente indonnato; non nel corpo, ma nello spirito.

Era rimasto uomo, allo stesso tempo, Algirdo. Con le qualità di un uomo d’anteguerra, forse persino di un maschio di inizio XX secolo. E non era uno da accontentarsi dei propri progressi mentali. Amava la politica. E preparava la sua rivoluzione. Una rivoluzione che – nei suoi progetti - l’avrebbe prima reso signore della Repubblica e poi – in breve tempo – padre fondatore di un nuovo Stato, una nuova comunità, fondata sulla parità, sull’eguaglianza tra i sessi e sulla giustizia sociale. E, soprattutto, sull’abolizione delle banche del seme.

Le donne del Comitato centrale repubblicano non l’avrebbero certo chiamata rivoluzione; per loro, un progetto del genere non sarebbe stato altro che un tentativo di restaurazione. Ma Algirdo non era interessato alle parole; i fatti erano più importanti. C’era una grave decisione da prendere, prima di passare all’azione: avrebbe dovuto coinvolgere anche delle femmine dissidenti, nel suo piano? O si sarebbe affidato esclusivamente ai pochi maschi ancora dotati di autostima e dignità?

Seconda parte

Algirdo decise di provare a rivolgersi alle tre donne a capo della dissidenza femminile. Ma i colloqui lo delusero profondamente. Maddallahena, la più giovane, controllava un gruppuscolo ultrareligioso composto di poche decine di ragazze fanatiche e incompetenti, il cui slogan suonava: “ai Maschi la Storia, alle Femmine il Cuore”. L’ideologia del gruppo era il risultato di un’inaccettabile fusione tra islamismo e cristianesimo sociale. La loro ferrea avversione alle banche del seme non rappresentava una base sufficiente, agli occhi dell’Indonnato, per costruire un’alleanza solida: Algirdo voleva la parità tra i sessi, non un ritorno al dominio maschile.

La più anziana ed esperta, Mata Riha, era invece a capo dell’unica loggia massonica femminile di cui mai si fosse sentito parlare negli ambienti della clandestinità politica. Formata esclusivamente da donne di estrazione sociale alto-borghese, tutte posizionate ai vertici delle istituzioni pubbliche e delle aziende private, Madrebenevola era un’associazione dissidente che mirava a una graduale reintegrazione, gestita dall’alto, degli uomini nell’alta società – nella consapevolezza dei limiti mentali maschili congeniti, naturalmente. Alcune di queste massone erano, al tempo stesso, pubblicamente al servizio del Comitato centrale repubblicano; né il loro doppiogiochismo né il loro progressismo buonista andarono giù all’onesto, intransigente Algirdo, che – proprio come era accaduto con la banda di Maddallahena – non diede seguito al primo colloquio.

La terza donna che accettò di incontrarlo (a un maschio mammo, l’opportunità di svolgere tali colloqui segreti era generalmente preclusa; ciò che permise ad Algirdo di accedervi fu la sua ancora vaga fama, diffusa a bassa voce, tra poche donne, di Indonnato) colpì la sua immaginazione in maniera più decisa, anche se infine non decisiva. Si trattava di Bella Laika, dura femmina di origini proletarie, la quale era stata in grado di raccogliere attorno al suo progetto alcune centinaia di giovani contadine e operaie, più qualche decina di impiegate precarie, tutte unite nel nome di un unico, potente tratto comune: l’amore per il sesso etero. Erano donne piene di desiderio e sensualità; la dura Bella ne era l’irresistibile campionessa. Non poche ebbero difficoltà a reprimere la passione intellettuale suscitata in loro, durante il breve incontro, da quell’uomo non affascinante ma certamente eccezionale. B. L., donna di straordinaria cultura, cedette, scomponendosi in imbarazzanti proposte (un caffè? Un aperitivo?), prontamente respinte dal serio Algirdo, interessato unicamente a conoscere il contenuto del suo progetto dissidente. Progetto che consisteva in una generalizzata riqualificazione della componente sociale maschile, da ottenere mediante un preciso percorso rieducativo. Tale percorso avrebbe generato, nel giro di pochi anni, uomini orgogliosi, virili, passionali e abbastanza stupidi; al suo termine, ai maschi così rieducati sarebbero state assegnate delle funzioni sociali più dignitose, soprattutto tramite la stipula di contratti di consulenza: la loro elevata – seppur alquanto specifica - professionalità sarebbe stata, in tal modo, messa al servizio di qualsiasi donna ne avesse fatto richiesta, in qualsiasi ambito lavorativo e in qualunque momento della giornata.

Seppur condividendone i presupposti pre-ideologici – la riscoperta dell’amore fisico eterosessuale era per lui un obiettivo fondamentale, assolutamente non in contrapposizione con la pratica dell’amore omosessuale – Algirdo non trovò nel programma delle Bellelaike né una visione ampia né un sincero desiderio di parità. Decise di concentrarsi, pertanto, sul compito più duro: il reclutamento di maschi di valore.

Terza parte

I mammi non indonnati – ossia, tutti i mammi tranne Algirdo – erano uomini privi di qualsiasi capacità, intellettuale o pratica, con l’eccezione di poche competenze professionali specifiche. Non potendo, perciò, cercare tra i suoi colleghi, l’Indonnato fece in modo di ottenere delle informazioni utili da alcune donne con cui aveva lavorato e con le quali era rimasto in contatto. Mantenendole all’oscuro del progetto di rivolta, sfruttò la sua intelligenza emotiva per porre loro alcune noncuranti domande mirate all’individuazione di maschi arruolabili. Le inconsapevoli femmine si lasciarono sfuggire parole di ammirazione - o perlomeno di rispetto - per alcuni uomini da esse incontrati, o semplicemente notati, nel corso della loro vita adulta. Per Algirdo fu poi un gioco da ragazzi rintracciare tali individui; né fu una sorpresa scoprire, in ciascuno di loro, un sentimento di inquietudine, insoddisfazione, disagio; e ancora un gioco da ragazzi si rivelò la sua trasformazione di quel disagio in un desiderio di rivincita, di quell’insoddisfazione in una grande voglia di insubordinazione. Parlando separatamente con ognuno, riunendoli poi in gruppo (non erano che dodici, i maschi individuati), Algirdo li mise gradualmente al corrente del proprio progetto, usando le parole e i modi giusti per far sì che l’insubordinazione in loro appena risvegliata prendesse una strada costruttiva, la strada della rivoluzione e non quella della violenza fine a sé stessa.

Inevitabilmente, Algirdo divenne il capo del neonato gruppo di ribelli; non gli piaceva esserlo – stonava con il suo progetto egualitario – ma alla fin fine era stato lui a scovare e a riunire i Dodici; non aveva senso rischiare che, in assenza di una chiara leadership, gli altri uomini finissero per dividersi a causa delle loro naturali differenze di mentalità e di visione, mettendo così a rischio la buona riuscita della rivolta. Un collante era necessario, e la loro nobile causa comune non era, probabilmente, sufficiente: l’Indonnato riteneva che, oltre al fattore ideologico, fosse necessaria la presenza di un collante umano. Ma la sua superiorità mentale gli aveva suggerito di condividere queste riflessioni con i Dodici, ai quali aveva pertanto spiegato le ragioni per cui essi avessero bisogno di un capo; naturalmente, li trovò entusiasticamente d’accordo, e altrettanto naturalmente, li ascoltò lieto mentre lo acclamavano leader indiscusso. Scelto come nome del gruppo L’Indonnato e la Banda della Dodicesima, non restava loro che passare all’azione.

Quarta parte

Il primo passo compiuto dagli I.B.D per il recupero della parità tra uomo e donna e per l’abolizione delle banche del seme fu una campagna psicologica contro il cinema di Jolly Dude. Mentre ai tempi di Hollywood, molto prima della terza guerra, il cinema d’azione aveva donato ai maschi l’illusione di rivivere quelle esperienze e quelle emozioni che da secoli ormai nella realtà quotidiana non provavano più, nella nuova epoca della Repubblica il cinema era divenuto un potente strumento nelle mani delle donne, tutto dedicato alla rappresentazione dei maschi di un tempo (un tempo che rimaneva indefinito e in cui i maschi non erano stati ancora pienamente sottomessi) come Jolly Dudes, ossia come uomini deboli, insicuri, sessualmente non orientati in modo del tutto chiaro e, soprattutto, allegri - eternamente allegri, superficialmente allegri, falsamente allegri, allegri nell’intento disperato di dissimulare le proprie incertezze e fragilità. Gli I.B.D. utilizzarono l’ascendente di cui godevano presso le loro altolocate conoscenze femminili per seminare, giorno dopo giorno, gravi dubbi sulla verosimiglianza storica di quelle pellicole. In breve tempo, le donne socialmente più influenti si convinsero che i fenomeni narrati dal cinema di Jolly Dude non avevano alcun riscontro nella realtà passata, che i metrosexuals non erano mai esistiti e che l’assenza di virilità dei maschi moderni non si era sviluppata gradualmente per ragioni genetiche, bensì improvvisamente, come un fenomeno culturale del tutto eccezionale – il che ne rendeva ai loro occhi concepibile, per la prima volta, la reversibilità.

Gli I.B.D. non si limitarono ad agire, gramscianamente, su un piano culturale; la seconda mossa dettata da Algirdo e bene accolta, naturalmente dopo lo svolgimento di una regolare discussione, dai suoi dodici seguaci fu infatti di natura sociopolitica, consistendo nella creazione di una lunga serie di sindacati segreti di categoria, come ad esempio la CCM (Confederazione Clandestina dei Mammi), l’UCPIWCP (Unione Clandestina dei Pulitori ed Igienizzatori di servizi igienici Pubblici), l’ACDS (Associazione Clandestina dei Donatori di Seme), la CBLS (Confederazione Bidelli, Lavapiatti e Spazzini); per ultimo, fu creato un sindacato generale, naturalmente anch’esso segreto, che all’occasione poteva riunire tutte le altre associazioni di maschi lavoratori: il GSLM (Grande Sindacato della Liberazione Maschile).

L’Indonnato, da buon realista, sapeva bene che, prima o poi, sarebbe arrivato il triste momento in cui l’uso della forza si sarebbe mostrato necessario; ma, da pacifista illuminato quale anche era, per il momento preferiva costruire delle basi solide, basi sulle quali lui e la sua Banda della Dodicesima (i suoi seguaci, per brevità, li potremo anche chiamare i Dodici) avrebbero potuto successivamente muoversi per sferrare un rapido attacco. Pertanto, lavorava sulla psicologia, sulla cultura e sui rapporti socio-professionali, per garantire al suo programma di sovversione un avanzamento sicuro e silenzioso, impercettibile e allo stesso tempo inarrestabile.

I Dodici erano d’accordo con la sua strategia.

Quinta parte

Era necessario, prima di iniziare a programmare il colpo di stato, attendere che almeno le prime crepe iniziassero a mostrarsi nella società femminile della Repubblica. L’azione congiunta dei sindacati segreti sul luogo di lavoro e degli I.B.D. in società non tardò a sortire degli effetti incoraggianti. Le datrici di lavoro si spaccarono in due correnti di pensiero: da una parte, le fautrici di un netto miglioramento delle condizioni professionali dei maschi; dall’altra, le conservatrici. Nel tempo libero, l’élite repubblicana raramente riusciva, ormai, a organizzare una serata durante la quale sia le chiacchiere in piedi a tu per tu che i discorsi condivisi in piccoli gruppi a tavola non finissero per scivolare su quell’argomento: la situazione dei maschi, la discriminazione di cui erano vittime, le ragioni storiche, genetiche e culturali della supremazia femminile e la legittimità o illegittimità etica di tale predominio.

Il punto chiave – le banche del seme – rimaneva ancora tabù, ma Algirdo non aveva dubbi: era solo una questione di tempo. A preoccuparlo molto di più era un altro problema: la carenza, al di fuori dei suoi fedeli Dodici (ad alcuni dei quali era stato anche assegnato il ruolo di leaders dei sindacati segreti), di maschi colti, informati, forniti di senso civico. In tali condizioni, non sarebbe stato un problema organizzare il golpe e portarlo a termine con successo; ma cosa sarebbe accaduto dopo? Non esisteva il rischio, nel ristabilire la parità tra uomini e donne conservando il vigente sistema politico rappresentativo, di creare una società in cui il prestigio sociale e la legittimazione a governare, associati sia alle donne (tutte) che agli uomini (inevitabilmente, però, solo ai pochissimi tra loro di livello superiore), sarebbero stati violentemente contrastati, in quanto discriminanti, dalla massa ignorante dei maschi da Algirdo stesso liberati e promossi? Quale tipo di suffragio andava dunque concepito per una tale comunità?

Non c’era tempo per le speculazioni. Bisognava lavorare, ogni giorno, per il futuro - un futuro di libertà ed eguaglianza.

Tre anni dopo l’avvio delle attività dei sindacati segreti, quattro dopo la nascita degli I.B.D., undici dopo la rivolta delle banche del seme e ventisei dopo la fine della terza guerra mondiale, un tardo mattino di gennaio, l’Indonnato ricevette la notizia: un gruppo di parlamentrici della Repubblica aveva presentato al Comitato centrale, il pomeriggio precedente, un rapporto dettagliato sulle condizioni igieniche nelle banche del seme, unitamente a una riflessione della celebre scrittrice Sottana Samarita, intellettuale dotata di indiscussa autorità morale nel settore della bioetica. La sua riflessione aveva un tono allo stesso tempo amaro e intransigente: la situazione andava risolta al più presto, ma non ci si poteva fermare lì: bisognava dare avvio a un processo di ripensamento complessivo della gestione dei mezzi di riproduzione femminili. Citando in più passaggi il filosofo antico Karl Marx, Sottana Samarita ne riprendeva le rivoluzionarie analisi della questione dei mezzi di produzione nella società industriale del XIX secolo, aggiornandole alla luce dei dilemmi del presente: la gestione dei mezzi di riproduzione doveva essere privata, o statale?

L’artista non metteva assolutamente in discussione i mezzi stessi (la riproduzione delle femmine – e dei maschi, inevitabilmente - avveniva solo attraverso le banche del seme, gestite dalle donne e per le donne: gli uomini erano i fornitori ed esse le beneficiarie); si limitava a farne una questione di proprietà. Statale, o privata? Era questa la sua domanda, la risposta essendovi implicita: la proprietà collettiva delle banche del seme avrebbe eliminato sia i problemi igienici che quelli etici. Secondo Algirdo, le conclusioni tratte dalla Samarita erano superficiali, persino sciocche; ma non gli importava, perché quel mattino di gennaio comprese come la grande occasione fosse finalmente arrivata. Se la proposta della scrittrice fosse stata accolta dal Comitato centrale e dal Parlamento – e non v’era motivo di dubitarne, visto il suo prestigio – prendere lo Stato avrebbe significato prendere le Banche. Stava per arrivare il momento di pianificare un attacco.

Sesta  e ultima parte

Il j’accuse di Sottana Samarita, come previsto, non rimase inascoltato: nel giro di un anno e pochi mesi, le banche del seme furono nazionalizzate. Lo Stato moderno aveva infine raggiunto il suo estremo limite di sviluppo: esso generava i propri Cittadini. E non bisognava dimenticare che, trattandosi di uno Stato mondiale unico, tali condizioni di riproduzione si applicavano a tutta l’umanità. La cosa non inquietava affatto il Comitato centrale repubblicano né le prestigiose intellettuali intorno a esso orbitanti, ma la formazione umanistica (perfezionata, da quando aveva smesso di fare solo il mammo e si era dedicato a progetti sovversivi, attraverso la lettura di testi proibiti, rimediati anche grazie alle sue conoscenze negli ambienti della dissidenza femminile) di Algirdo lo rendeva estremamente sensibile a questo genere di problematiche; ed egli pensò di usare la questione per avviare una furente campagna di propaganda ideologica antigovernativa. I Dodici furono d’accordo.

La campagna durò, nella sua forma virulenta, solo alcuni giorni, ma il suo effetto principale fu quello di portare allo scoperto la struttura clandestina creata e gestita dagli I.B.D. e il ruolo fondamentale in essa svolto dall’Indonnato; la Repubblica reagì tiepidamente agli attacchi ideologici, mentre le donne più influenti proposero di legalizzare tutti i sindacati dei maschi (fatta eccezione per quello generale - il Grande Sindacato della Liberazione Maschile) e di offrire importanti ruoli dirigenziali ai Dodici. La proposta di legalizzazione fu pienamente accolta e realizzata nel giro di pochi mesi; Undici dei Dodici accettarono gli incarichi offerti - e la questione si spense lì.

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Algirdo sono io. Inutile perseverare nella dissimulazione. Sono trascorsi trentatré anni da quell’entusiasmante ma fallimentare campagna, la mia Banda non c’è più e i miei amati sindacati sono divenuti organi del PD (il Partito delle Donne).

La Repubblica, trentuno anni fa, si è sciolta: poco dopo la fine della nostra campagna ideologica erano sorti dei movimenti spontanei per la liberazione dei maschi, guidati da individui rozzi e violenti ai quali non me la sentii di dare pieno supporto. Tacqui, fui accusato di irresponsabilità da una parte, di tradimento dall’altra; i movimenti si unificarono (sotto il nome di MCD, Movimento Cinque Dita, per via dei sonori schiaffoni che rifilavano ai loro oppositori) rafforzandosi così a vicenda, arrivarono a minacciare l’ordine pubblico e resero “necessaria” l’adozione di misure “straordinarie” di sicurezza.

Oggi il PD, nato in quell’occasione, ci controlla tutti. Il suo Comitato Centrale ha ereditato i poteri del vecchio Comitato centrale repubblicano. Io non faccio più il mammo – per l’età, ma soprattutto perché, durante quella campagna, ero venuto – come detto - allo scoperto. Mi era quindi stato offerto un posto in Parlamento, come Indipendente Indonnato, ma naturalmente non l’avevo accettato. Le ingiuste accuse di irresponsabilità mi avevano dato il colpo di grazia. Nessuna donna mi aveva più chiamato per essere aiutata con i suoi figli; per campare, divenni scrittore di raffinati racconti pornografici eterosessuali per il mercato sotterraneo dei libri proibiti.

Mi disprezzo per tutto questo, sono avvilito dal mio fallimento umano e politico; non passa giorno in cui non mi chieda dove abbia sbagliato.

Sono anziano, sto per morire. Nessuna speranza mi sopravviverà. La sottomissione dei maschi è destinata a durare per secoli. Se penso a con quale facilità Undici dei miei Dodici si vendettero, al culmine della nostra battaglia, a quel governo ipocrita e corrotto della Repubblica, quasi mi convinco che noi maschi ci meritiamo in pieno lo Stato totalitario e il partito unico di oggi. Le nostre condizioni oggettive non sono poi molto peggiorate, in realtà – anche perché renderle più pesanti era difficile; d’altra parte, né i maschi divenuti dirigenti né i sindacalisti entrati nel PD sono riusciti a far nulla che le potesse migliorare.

Sono state le donne, tutto sommato, a rimetterci di più, nel passaggio dalla libertà alla tirannide. Il Parlamento, è vero, è rimasto; ma ha perso ogni funzione reale. Si potrebbe anche cambiargli il nome, a questo punto: “Ciarlamento” sarebbe perfetto (oh, amara, impotente ironia di un vecchio!)

Chissà che cosa combinano, adesso, e se ancora esistono, quei movimenti dissidenti femminili che avevo conosciuto da giovane. Le Bellelaike... che ridere. Ma dovrei ridere di me, invece. Avrei dovuto essere più rilassato, quando le conobbi; magari avrei potuto persino allearmi con loro. Certo non avrei ottenuto nulla, politicamente, ma almeno mi sarei goduto un po’ quegli anni. Ormai è tardi. Lasciatemi, dunque, fischiettar vecchio e demente, biascicar sovrappensiero, prima di addormentarmi sul divano, davanti alla televisione:

Undici dei Dodici, si vendettero.

Undici dei Dodici, sì.

Undici, dei Dodici...

 

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18 febbraio 2017. Oggi il nostro Treccani edizione per la Libreria 2009  ci ha regalato, a pagina 811, la seguente parola nuova: “inforsare”.

 Inforsare: mettere in forse, rendere dubbioso.

Era il pizzaiolo più bravo del paese. Forse dell’intera regione. Ma non ne gioiva, perché aveva un gran problema: la mancanza di fiducia in sé stesso. Ogni pizza sfornata, per quanto decisamente superiore – per sapore, consistenza, aspetto, digeribilità, valore nutritivo – a qualsiasi altra pizza prodotta a Valbrediano e dintorni, non rappresentava per lui che un’occasione mancata. “Forse avrei dovuto mettere più pomodoro. Forse avrei potuto tenerla nel forno per 30 secondi di meno. Forse avrei dovuto aggiungere più acqua nell’impasto. Forse avrei potuto...”, e così via. Qualsiasi pizza da lui sfornata non era che un’opportunità perduta, un passo inciampato sulla strada verso l’agognata perfezione. Una strada la cui fine forse non avrebbe mai visto. “Forse avrei dovuto... forse avrei potuto...”: la sua mente era tormentata dai “forse”. Eppure, le sue pizze erano semplicemente strepitose e gli affari andavano a gonfie vele.

Dopo una ventina d’anni di professione, anni di successo infestati, guastati dai dubbi e dai rimpianti, un cambiamento avvenne in lui. Si era sempre limitato a pensarle, le sue angosce, le sue insoddisfazioni; ma una sera di febbraio, era l’inverno di tre anni fa, i suoi assistenti lo udirono gridare mentre sfornava una Margherita: “FORSE AVREI DOVUTO!! FORSE AVREI POTUTO!!!! FORSE!! FORSE!! FORSE!!!”. Probabilmente, anche alcuni clienti si accorsero dell’inconsueto e violento sfogo. Il paese non era grande, in breve tempo si sparse la voce: il pizzaiolo più bravo di Valbrediano non credeva nella propria bravura. Dubitava di tutto, senza ragione. Era un perfezionista patologico, un infelice compulsivo. Al lavoro, da quella fatale sera di febbraio, non riuscì mai più a tenersi nulla dentro. La povera moglie, per di più, veniva svegliata nel sonno dalle sue brusche imprecazioni notturne: “FORSE! FORSE! FORSE!!”

Il sindaco del paese, un uomo colto e riservato, amante della pizza e del buon cibo in generale, ne fu - come tutti i suoi compaesani - stupito e dispiaciuto. Ma non era uomo da far tragedie o scandali, da pensar male o da godere nella maldicenza; al contrario, amava sdrammatizzare. Grazie al suo talento umoristico e al suo amore per i neologismi, coniò quindi il termine “inforsare”, che subito si diffuse tra i Valbredianesi, guadagnandosi nel giro di pochi mesi un posto sicuro all’interno del lessico locale condiviso. “Avrà inforsato le nostre Napoletane, il pizzaiolo?” “Speriamo di sì: ho una fame...” “Basta che non ci affligga anche stasera con le sue ossessioni e i suoi tormenti... è per starne alla larga che ho prenotato questo tavolino in fondo al locale, cara. Non lo voglio proprio sentire”. “A chi lo dici... che inforsi pure, quel geniaccio strampalato, ma a distanza di sicurezza”.

 

 

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19 GENNAIO 2017. Oggi il nostro Treccani edizione per la Libreria 2009 ci ha regalato, a pagina 746, la seguente parola nuova: “gugliata”. 

Gugliata: la quantità di filo che s’infila ogni volta nell’ago per cucire.

Risultava sempre vincente. Avesse torto o avesse ragione; si sentisse lucido o si sentisse stanco; in qualunque dibattito, conferenza, confronto, discussione fosse presente era lui, inevitabilmente, a prevalere. O forse sarebbe più preciso dire che erano le sue ragioni, inevitabilmente, a prevalere. E più preciso e convincente, ancora, sarebbe dire che erano le sue parole, inevitabilmente, a prevalere.

Ma neanche così sarebbe abbastanza esatto. Da Leucippo a Rutherford, più di 2000 anni passati a suddividere la materia in parti sempre più piccole - ma non è con la piccolezza che la questione dell’atomo era stata risolta. La risposta al problema dei problemi era stata trovata da gente che faceva tutt’altro; gente che, purtroppo, non sapeva di averla trovata e quindi – di conseguenza – a nessuno l’aveva comunicata.

Nell’arte della retorica, è sempre passata per verità universalmente riconosciuta l’importanza di un utilizzo sapiente dei tempi del discorso. Nella scienza della materia, all’opposto, era – ma solo fino a poco tempo fa – una questione quasi esclusivamente di spazi.

Ai tempi del nostro eroe, la teoria della retorica non stava vivendo uno sviluppo costante, anche lontanamente paragonabile a quello attraversato dalla fisica; era accaduto pertanto che il primo a capire, improvvisamente, l’importanza dello spazio del discorso fosse stato proprio lui.

Come la millimetricamente esatta misura della gugliata determina la riuscita o il fallimento dell’opera del sarto, così a definire il calibro sempre vincente delle sue parole era proprio questo elemento spaziale, di qualità solo apparentemente banale. Aveva afferrato l’importanza del fatto che il discorso occupasse uno spazio ampio e allo stesso tempo vuoto. Eccone un esempio:

 

 

 

 

 

 

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1 DICEMBRE 2016. La parola che abbiamo imparato oggi, dal nostro Treccani - Edizione Speciale per la Libreria 2009, è: abbaruffìo (a pagina 3).

 Abbaruffìo: zuffa, confusione, agitazione.

Lo chiamavano Abbaruffìo. Quando era un adolescente, il suo psichiatra - una persona colta e ironica - l'aveva liquidato dopo tre sedute, per primo nominandolo così, al contempo annunciandogli un futuro difficile.

Il suo fallito esame per prendere la patente era divenuto il racconto fantastico del suo quartiere. Quartiere che, vent'anni dopo, non aveva ancora lasciato. Lo chiamavano ancora tutti in quel modo: Abbaruffìo.  E lui era ancora lontano dal riuscire a ripagare, con i miseri proventi del suo "lavoro" di musicista di strada, tutti i danni che aveva causato alle automobili e ai motorini degli abitanti della zona durante le esercitazioni di guida e in occasione di quel mitico esame.

L'unico pensiero che lo aiutasse, ogni sera, a prender sonno era la certezza che, il giorno in cui avesse terminato di pagare tutti, quel soprannome sarebbe scomparso dalle bocche, dalle memorie, da tutte le storie.

Un infausto dì, purtroppo, incontrò in strada il suo ex-psichiatra. "Carlo!" lo chiamò il professionista dal marciapiede opposto. Anche lui lo riconobbe subito, gli si avvicinò, ci scambiò quattro parole cordiali e superficiali. Lo psichiatra non gli chiese nulla della sua vita attuale, né lui vi accennò di sua propria volontà. Ma ....

Ma, ripreso il suo cammino, Carlo si ricordò del pessimismo del medico nei suoi confronti; e non poté fare a meno di riflettere - per la prima volta - su qualcosa che aveva sempre silenziosamente saputo: era costui il responsabile dell'odiato soprannome. Il sangue gli salì al cervello in breve tempo; si voltò indietro e individuò, nell'ampio viale, la già distante figura del professionista, circondata da cani, gatti, piccioni. Stava dando da mangiare a quegli animali.

Carlo estrasse dalla tasca destra la sua armonica, la portò alle labbra e, in luogo delle delicate armonie grazie alle quali era in grado, ogni tanto, di sciogliere il cuore a qualche passante, decise di produrre un suono che fosse, finalmente, diretta espressione del suo sentire. La disarmonia più estrema che si fosse mai sentita nel quartiere scivolò, lentamente, fuori dalla sua armonica e, guadagnando intensità, si avvicinò a quello strano gruppetto. Colpì le orecchie del medico con violenza, poi riversò tutto il suo squilibrio acustico sulle sensibili teste degli ignari animali. I piccioni, sconvolti, attaccarono lo psichiatra, facendogli perdere l'equilibrio; i gatti, vedutolo a terra, gli lacerarono gli abiti; i cani, lanciandosi in un abbaruffìo vorticoso e letale, lo aggredirono e, in pochi minuti, lo finirono.

Nessuno riconobbe in Carlo il responsabile di quella grottesca fine; ma il suo soprannome gli rimase sempre addosso, come anche quell'eterna inquietudine.

 

 

  

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2 NOVEMBRE 2016. La parola che abbiamo imparato oggi, dal nostro Treccani - Edizione Speciale per la Libreria 2009, è: zonazione (a pagina 2039).

Zonazione: "il modo in cui si succedono più zone".

Per passare dal bagno alla stanza da letto, occorreva attraversare lo sgabuzzino.

Sì, mi ero innamorato di lei dopo pochi appuntamenti. Tutto in lei era perfetto, anche le sue imperfezioni. Ma non avrebbe dovuto portarmi a casa sua così in fretta: avrebbe dovuto cercare di sposarmi, prima. Forse non aveva riflettuto su quante aspettative, su quante esigenze di natura estetica, si fossero naturalmente sviluppate in me nel corso degli anni a causa della mia professione di architetto; o, magari, aveva veramente creduto che i miei discorsi sul coraggio e sull'originalità fossero sinceri al punto tale da superare quelle esigenze stesse.

La zonazione del suo appartamento era assolutamente inaccettabile. Non c'era solo quel problema dello sgabuzzino: per recarsi nello studio, ad esempio, venendo dal soggiorno, non c'era altra strada che il bagno. E per uscire sul balcone? Se eri in cucina, dovevi percorrere la stanza da letto. No, queste sue imperfezioni non erano affatto perfette; e ne fui messo in crisi.

Era, e restava, veramente, una donna amabile; ma, per il breve periodo compreso tra quella visita e la nostra separazione, ci vedemmo meno spesso, ci sorridemmo meno spesso, ci baciammo meno spesso, ci aprimmo e confessammo meno spesso. E quella mia confessione non venne mai: che l'assurda zonazione del suo appartamento fosse il motivo prima del mio raffreddamento e poi della mia decisione finale, lei non lo seppe mai. Per riuscire a dirglielo, sarei dovuto passare dal cuore alla bocca: ma, per farlo, sarebbe stato necessario attraversare il cervello.

 

 

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8 OTTOBRE 2016. Iniziando da oggi, sabato 8 ottobre 2016, vogliamo imparare ogni mese e per un anno una parola nuova, ricorrendo al dizionario e alla "scrittura creativa". Apriamo dunque il vocabolario Treccani (edizione speciale per la libreria 2009): troviamo a pagina 2 il lemma “abbaiamento”, la cui definizione recita: un abbaiare continuo e insistente.

LEGGI IL RACCONTO: "ABBAIAMENTO"

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