Prestanti e migranti: una questione di numeri?

Nell’articolo “Migrante: aggettivo o sostantivo, corretto o scorretto?” abbiamo parlato della differenza tra il termine “migrante” e altri aggettivi/sostantivi dal significato simile (“immigrato”, “emigrato”). Anche per quanto riguarda i prestiti dall’inglese (gli “anglicismi” o “anglismi”) o da altre lingue, ossia le parole e le locuzioni entrate in italiano o in altre lingue dall’inglese o da altre lingue, potremmo adottare un termine da una parte rassicurante, dall’altra agghiacciante: parleremmo quindi delle “prestanti”, ossia delle parole in perpetuo movimento da una lingua all’altra, che arricchiscono linguisticamente ogni idioma in cui entrano (o che vengono da esso linguisticamente maltrattate, come vedremo più avanti a proposito del cosiddetto “inglese farlocco”) ma che presto lo abbandonano, alla ricerca di una lingua madre adottiva che le accolga veramente, di una lingua seconda madre che non troveranno mai.

Non considereremmo quindi prestiti come computer, film, sport o bar, che in moltissimi idiomi hanno messo radici, sempre ottimamente integrandosi nella loro lingua seconda madre; parleremmo invece di prestanti come, ad esempio, jobs act (espressione creata ad arte in Italia impiegando elementi della lingua inglese) e spending review (espressione inglese), destinate a uscir presto dall’italiano.

Non bisogna preoccuparsi della “morte” di una lingua, perché ogni lingua prima o poi muore, trasformandosi in un altro idioma (così lentamente che nessuno, sul momento, si accorge del suo decesso; solo gli storici delle lingue, alcuni secoli dopo, riescono in qualche modo a identificare il periodo storico in cui tale trasformazione decisiva è avvenuta); bisogna invece interessarsi a come una lingua vive mentre viva è.

Non è una questione quantitativa, ma qualitativa: quando le parole più importanti di una comunità (le parole che formano le sue leggi [1]) iniziano a essere delle prestanti, importa poco che il restante novantanove per cento [2] dei vocaboli sia indigeno: la comunità rivela, adottandole in quel modo, introducendole in quel luogo, di voler tradire la propria identità e rinunciare alla propria libertà.

Allo stesso modo, non importa quanti immigrati o migranti l’Inghilterra, la Germania, La Francia o l’Italia accolgano: importa sapere se sono “immigrati” o se sono “migranti”, cioè importa sapere quale sia il loro rapporto con la popolazione indigena, importa come sia realizzata la loro accoglienza o integrazione, importa dove essi vivano, importa quali siano le ragioni e le finalità della loro accoglienza. Non importa se la comunità nazionale chiamata Italia un giorno si estinguerà (perché, senza dubbio, un giorno ciò accadrà) o se gli Italiani siano un popolo omogeneo oppure un misto di etnie, se siano una nazione o un popolo “meticcio”; quel che importa è come la comunità Italia vive (tutti inclusi, immigrati recenti e non recenti, indigeni veri e indigeni presunti) mentre viva è.

Forse, un giorno, nascerà una Open Language Foundation, la cui mission consisterà nell’abolizione dei confini e delle differenze tra le lingue, ossia nell’abolizione delle norme grammaticali, delle distinzioni lessicali e delle caratteristiche fonetiche. Esprimersi in una lingua ben definita e provare per essa attaccamento sarà quel giorno considerato un sicuro segno di chiusura mentale [3].

La creazione e l’uso quotidiano nel linguaggio aziendale di decine di termini come “deliverare” (da to deliver, “consegnare”), “trainare” (nel senso di “formare, allenare”, da to train), “shippare” (da to ship, “spedire”), destinati a morte certa non appena l’Italia si sveglierà dal sonno della ragione e si ricorderà di essere un Paese dotato di una straordinaria cultura umanistica, dimostra che le prestanti proliferano tra i soggetti sociali maggiormente afflitti da incultura e analfabetismo funzionale: ossia, tra le classi dirigenti, politiche ed economiche. L’integrazione linguistica di “to deliver”, “to ship” e “to train” attraverso le suddette forme rivela non un modello di integrazione errato, ma l’assenza di un qualsiasi modello, di una qualsiasi visione - e svela il caos assoluto. Prima l’italiano, in questo contesto, non sarebbe uno slogan razzista o nazionalista, ma semplicemente un suggerimento di politica culturale ai governanti: recuperare il rispetto per la propria lingua è il primo passo da compiere se si vogliono poi rispettare le lingue degli altri, accogliendo i loro prestiti e non generando agghiaccianti (di nome e di fatto) “prestanti”.

www.italianalingua.it



[1] Giuseppe Antonelli, nel suo “La lingua in cui viviamo” (Rizzoli, 2017), scrive: “Jobs act, voluntary disclosure, stepchild adoption: in questi ultimi anni si va diffondendo sempre più quello che Licia Corbolante ha definito «inglese farlocco». Basta pensare a due documenti governativi come La buona scuola e il Piano nazionale scuola digitale. Gli anglicismi presenti in questi due testi sono svariate decine, tutti usati senza alcuna definizione o spiegazione: tra gli altri, good law, matching, co-design, jams, barcamp, Social Impact Bonds, School Guarantee, life-long e life-wide, Fab Lab, fluent typing, Tech Hire, Open Courseware, hacklab”.

[2] L’Encicopedia Treccani, versione online, alla voce “forestierismo” riporta, a proposito dell’italiano, che “[...]se ci si limita a quei 4000-5000 lemmi che costituiscono il lessico di alta frequenza, si nota che le parole straniere si riducono a meno dell’1%, con una ventina di anglicismi (fra cui bar, basket, cd, club, computer, fan, festival, film, gol, hobby, jeans, okay, record, sport, spray, tennis, tram, tunnel) e una decina di francesismi (fra cui blu, peraltro adattato, camion, chic, garage, hôtel, menu, moquette)”. (http://www.treccani.it/enciclopedia/forestierismi_(Enciclopedia-dell%27Italiano)/)

[3] Le Open Society Foundations sono state fondate dall’imprenditore George Soros nel 1993. La nozione di Open Society è stata ideata e brillantemente esposta dal grande filosofo Karl Popper (di cui George Soros è stato studente) durante la seconda guerra mondiale. Il filosofo aveva sacrosante ragioni umanitarie, intellettuali, personali e, in quanto ebreo, comunitarie per scrivere durante l’assalto nazista e stalinista alla civiltà un’opera, “La società aperta e i suoi nemici”, che è senza dubbio lucida e illuminante, ma che oggi risulta inevitabilmente datata, a causa dei nuovi problemi che ci ritroviamo a fronteggiare. Costruire una società chiusa non è una buona risposta all’attuale equivoco della open society, ma creare una società giusta lo è: infatti, prima si stabilisce la giustizia in una comunità, poi vi si accolgono gli stranieri in massa. Perché accogliere in una società ingiusta non significa altro che allargare l’ingiustizia alla massa degli accolti.

 


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