Poema Perugino - Perugia secondo Michelle Byrne

Perugia, dimoro oltre le tue porte,

tra alberi di olive e altezzosità d'appartamenti,

con viste sulla Grande Madre Subasio e più distante ancor,

e quando posso, rispondo al richiamo del tuo centro storico,

lasciandomi trascinare a degustar le campane

fragorose del mezzogiorno, gli schiumosi cappuccini da esperte mani preparati,

lasciandomi coinvolgere più a fondo

dalla sensuale densità del cioccolato,

intrepida a te io vengo, io e i miei affamati disincantati desideri,

vengo a una città di imponenti, cerebrali strutture che si levan dalle valli,

a evocare gravità di tempi passati,

il potere degli antichi che incantava e incatenava

il contado. Eppure, Perugia - io lo sento, tu vuoi la mia docilità,

è potente su me del tuo influsso la forza,

ma mentre guardo, tutto si scioglie, nodo dopo nodo,

districandosi… cosa giace sotto l’ira

dei tuoi tentacoli?

 

Gli uomini guardan le donne negli occhi,

le donne guardan le borse d’altre donne,

Passan figli unici, o figli canini,

Le madri crescono ancora i loro figli adulti,

gli extracomunitari forman cupole di lava-parabrezza

e i mendicanti dei carrelli della spesa

vendono calze.

Gli automobilisti sanno essere degli odiosi bastardi,

campano di caffè espresso, mozziconi e frustrazione sessuale

zig-zagando il traffico, che viene loro incontro,

con perseverante indignazione.

 

Per mesi il freddo inverno con sé porta un affilato vento

che s’incunea in quelle vuote labirintiche strade in sanpietrini,

Inseguendo ombre in agguato, intorno a quegli archi medievali,

a quegli angoli medievali, dove bere densa

cioccolata calda

non è che una troppo breve tregua.

L’estate fiorisce di viaggianti, caffé all’aperto e pizzerie,

con un fitto sottobosco di animali notturni

smaniosi di erotici piaceri e fantasie

in questa piccola città murata.

 

A Perugia posso essere me stessa, è il mio personale monastero,

al riparo dalla follia di un mondo strategico al quale non sono congenitamente allineata,

in fuga dalla sciatta umidità della mia grigia terra,

dal suo assordante silenzio, gravido

di malinconia e disperazione. per le tragedie della vita,

io son qui in quanto me stessa, slegata

da questo luogo o questa gente, slegata

da ogni sua lotta,

non appartengo a questa città, e ciò mi fa star bene.

Posso ascoltare con curiosità questo silenzio d’argilla

a norma servito con parmigiano e olio d’oliva, leggermente piccante

Su un geometrico vassoio di ceramiche

di Deruta. Qui posso bearmi nel sole, nei suoni,

posso chiudere gli occhi.

“Che cosa ci faccio qui?”

Non lo so, non sono che un’anima passeggera in questo corpo vagante,

e proprio in quest’istante guardo fuori,

dalla mia finestra aperta verso Perugia.

La mia Perugia