Nato ai bordi di periferia

Ai tempi in cui ero un adolescente della periferia romana brutta ma di famiglia pugliese decente, uscivo poco: mi chiudevo in casa per sottrarmi alla violenza, al degrado delle strade che circondavano me e mio fratello. Fingendo di fare i compiti, mi dedicavo (a volte insieme a lui, più spesso da solo) a due consumanti passioni: guardare il tennis e ascoltare musica.

Oggi, da adulto, sono invece il calcio e la politica a ricordarmi quanto io sia umano e, dunque, sciocco. Perché la passione è sempre sciocca; perché un uomo senza passioni non è un uomo, è un superuomo - come quelli della Berlino nazionalsocialista di ieri, della Silicon Valley visionaria e cinica di oggi, della Sparta spietata dell’altro ieri.

La passione è sciocca perché è passiva, perché - inebriandoti - ti afferra, ti domina, ti esalta e ti opprime, ti regala deliziose carote preparate alla francese - per poi bastonarti all’inglese, senza compassione alcuna. Tutto questo accade quando non riesce, nel tempo, a tramutarsi in amore; ma, quando ci riesce, allora... è tutta un’altra storia.

Tutta un’altra storia è dunque questa, la mia: una storia di passione fattasi amore. Ma ce n’è anche una seconda, più piccola, più importante, meno mia. Eccole qui, tutte e due.

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Delle due passioni che avevo da ragazzo, il tennis e la musica, la prima si è spenta. Accade talvolta di spegnersi troppo presto, alle fiamme troppo accese: per anni, nei miei sogni notturni, le racchette si erano trasformate in chitarre e Gabriela Sabatini in Tanita Tikaram. La seconda - come accade talvolta alle fiamme troppo accese - si è mutata in amore. Il calcio e la politica, due attività umane teoricamente coraggiose, anzi - nobili, anzi - eroiche, praticamente di un’idiozia e di un servilismo senza fondo, hanno dunque occupato il posto che era stato della passione-tennis, oggi svanita, e della passione-musica, oggi divenuta amore vero. Hanno preso quel posto che non poteva proprio restare vuoto; se non l’avessero fatto, oggi non sarei più lo stolto essere umano che invece per sempre resterò.  

Da adolescente, la musica che mi appassionava non era tutta la musica. Era la musica dei coraggiosi, degli eroi, dei sensibili e dei pazzi; la musica di Tracy Chapman, di Bruce Springsteen, di Suzanne Vega, di Tom Waits. Le parole profonde, i volti spavaldi e il cuore puro contavano tanto quanto la melodia, l’armonia e il ritmo, forse anche di più.

Eppure, i versi che ancora oggi esprimono meglio ciò che io a quel tempo vivevo erano cantati da un autore che, con quella canzone, mi emozionava ma che mi vantavo - con gli altri e con me stesso - di disprezzare:

“Nato ai bordi di periferia / ... è più facile sognare, che guardare in faccia alla realtà /... forse perché i pugni presi, a nessuno li han mai resi / e dentro fanno male ancor di più”.

Quanto facevano male, quei pugni mai resi. E quante sorprese ci riserva la vita: posso identificarmi molto più facilmente in un Eros Ramazzotti d’annata che in un Eddie Vedder d’oggidì, anche se mi piacerebbe - sarebbe molto più figo - che fosse il contrario.

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Non mi piace ritrovarmi a indugiare troppo nel passato; quando mi scopro a farlo, m’impongo - per ritrovare l’equilibrio - un sogno, che mi proietti nel futuro.

Dal passato si va al futuro solo attraversando il presente: oggi, sono papà e mi sbatto per pochi soldi; oggi, sono il tipico caso di una persona che “non ha più il tempo di ascoltare musica”. Però, me ne frego del mio caso - e la musica, l’ascolto. La magia del canto, degli strumenti, della melodia e del ritmo sta, infatti, nel fermarlo, quel maledetto tempo: quando sono a casa con mia figlia, metto su un vinile, un cd o un mp3 e, d’incanto, il tempo che passiamo insieme è diverso.

È lei, mia figlia, la persona che mi fa sognare, che mi proietta nel futuro, sottraendomi agli eccessi di nostalgia autoindulgente. Spesso Caterina, che ha due anni e mezzo, in quei momenti balla, salta, gira su sé stessa e corre entusiasta al ritmo delle migliori musiche in mio possesso. Ma, proprio come il mio ricordo più dolorosamente personale è vincolato ad Adesso tu, il mio sogno più gioiosamente altruistico è legato a un brano di un altro artista per tanti anni da me snobbato. Quando, dallo specchietto retrovisore interno della macchina, la scorgo canticchiare a voce bassissima, seduta nel seggiolino, sulla musica di Lorenzo “Jovanotti”

 

è per te, il profumo delle stelle

è per te, il miele e la farina

è per te, il sabato nel centro

le 8 di mattina

 

in quel momento sospetto di non averci capito nulla, fino al suo arrivo, di musica.

O forse, mi dico, è una questione di parole: parole italiane, dall’accento familiare; parole inglesi, dal mondo statunitense. Le parole costruiscono mondi. Perché anche lei possa scoprire quel mondo terribile e meraviglioso, costruito in quella lingua oggi straniera, dovrà passare ancora del tempo. Ma, un giorno, le racconterò tutto: che Bruce Springsteen è un eroe, che i suoi eroi sono dei diseredati; che Suzanne Vega è una poetessa e che la sua Luka racconta di un bambino privato dell’infanzia; che la voce scura e sofferta di Tracy Chapman canta di sconfitte personali e di oppressioni collettive; che la voce rauca e calda di Tom Waits è quella di chi si avventura nei quartieri degli ultimi sapendo che, alla fine, troverà sempre – grazie alla sua infinita fantasia – il modo di uscirne, il modo di cantarli.

(Alberto Cassone)