Migrante: aggettivo o sostantivo, corretto o scorretto?

Dal Dizionario Treccani:

migrante agg. [part. pres. di migrare]. - 1. Che migra, che si sposta verso nuove sedi: popoli, uccelli migranti. 2. (biol., med.) Di cellula o organo che ha capacità o possibilità di spostarsi dalla sede abituale: rene migrante.

 Dal Dizionario De Mauro:

 

                       

 Né il Dizionario Treccani né il De Mauro riportano il sostantivo “migrante”. Dunque, “migrante” è solo un aggettivo; ma, senza alcun dubbio, grazie all’uso degli ultimi anni sta diventando un sostantivo. Linguisticamente corretto? Sì, certo. Politicamente corretto? Forse: vediamo.

 La forma è correttissima: infatti, molti sostantivi attuali derivano da precedenti aggettivi, a loro volta derivanti da un participio presente. “Calmante”, “dipendente”, “militante”, “scioperante” ne sono tipici esempi.

Per quanto riguarda il significato, vediamo come la pagina dedicata alla lingua italiana sul sito www.treccani.it  risponde a una domanda in merito:

 

DOMANDA:

 

Mi piacerebbe sapere che differenza c'è fra "migrante" e "emigrante". Grazie.

 

RISPOSTA:

 

Dal Vocabolario Treccani.it:

 

emigrante s. m. e f. [part. pres. di emigrare]. – Chi emigra; in partic., chi espatria, temporaneamente o definitivamente, a scopo di lavoro.

 

migrante agg. [part. pres. di migrare]. – 1. Che migra, che si sposta verso nuove sedi: popoli, gruppi etnici m.

 

Emigrante, come dice l'etimo, sottolinea il distacco dal paese d'origine, calca sull'abbandono da parte di chi ne esce, come segnala anche l'etimologico e- da ex- latino. Ad emigrante, proprio per via di quel prefisso, ma anche a causa del precipitato storico che si è sedimentato nell'uso della parola, si associa l'idea del permanere di un'identità segnata dal disagio del distacco, e dunque l'allusione a una certa difficoltà di inserimento nella nuova realtà di vita.

 Proprio il riferimento alla semantica che si stratifica nelle parole, in tutte, certo, ma, in particolare in quelle che si riferiscono a persone, eventi, fenomeni di grande portata che tornano a presentarsi, in forme mutate, nel corso della storia, ci permette di uscire da una semplice disamina terminologica. Fin dall'Ottocento migrante era adoperato in concomitanza con emigrante. Il secondo termine ha finito, nel corso del Novecento, per identificare in italiano il soggetto dei grandi flussi migratori dall'Italia verso altri Paesi e, nel secondo dopoguerra soprattutto, di quelli all'interno dell'Italia, in particolare dal Sud del Paese verso il Nord.

 Le ondate di immigrazione che hanno investito l'Italia, in quantità crescente, negli ultimi trent'anni, hanno posto – tra l'altro – il problema di come definire chi, per motivi di enorme disagio, è costretto a lasciare il proprio Paese e cerca di trasferirsi, temporaneamente o definitivamente, in Paesi in cui le condizioni e le opportunità di vita sono migliori.

 In questo contesto, migrante tende a sostituire progressivamente negli usi immigrato, anche se, nell'uso comune, coonestato dai media, migrante viene identificato soltanto con la persona più disperata, quella che affronta il viaggio di trasferimento sui barconi, mentre, in realtà, la maggior parte dell'immigrazione avviene attraverso i confini terrestri e soltanto occasionalmente con esiti tragici. In ogni caso, migrante sembra adattarsi meglio alla definizione di una persona che passa da un Paese all'altro (spesso la catena include più tappe) alla ricerca di una sistemazione stabile, che spesso non viene raggiunta. In tal senso, il senso di durata espresso dal participio presente che sta alla base del sostantivo viene sottolineato: il migrante sembra sottoposto a una perpetua migrazione, un continuo spostamento senza requie e senza un approdo definitivo.

 

Uscendo dalla pagina Treccani e tornando a noi: il punto sta proprio qui, nella “perpetua migrazione”, nel “continuo spostamento senza requie e senza un approdo definitivo”. Dunque, il termine “migrante” non è, da questo punto di vista, politicamente corretto; al contrario, descrive onestamente una terribile realtà.

 Però la domanda del lettore del sito www.treccani.it era posta in modo da contrapporre “migrante” a “emigrante”. In realtà, le due parole che sono state rimpiazzate negli ultimi anni da “migrante” sono “emigrato” e “immigrato”. Ecco, qui sta l’ipocrisia: nel descrivere come attivo, voluto (con il participio presente che termina in “-ante”) un fenomeno che è soprattutto passivo, subito (il participio passato terminante in “-ato” finiva per esprimere proprio questo). In questo senso, “migrante” è un termine terribilmente “politically correct”.

 

www.italianalingua.it


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