Lo stranierese: parole per nascondere

Le parole non si usano solo per dire, per svelare significati: si usano anche per non dire, per nascondere.

Si è sempre saputo: le parafrasi, i giri, l’indorar la pillola, l’eufemismo, il politichese, il burocratese, eccetera. Ma si è mai parlato dello stranierese? Perché si dà il fatto che le parole o le espressioni provenienti da lingue straniere, nell’assolvere a questo compito, siano tra le migliori. Prendiamo ad esempio la celeberrima business, traducibile a seconda del significato con “impresa” o con “affari”.

Cosa ci sarà poi, da nascondere, negli “affari”? Ma è chiaro: la sporcizia, la viscosità, la bieca materialità, la doppiezza. “Business” non evoca - nei parlanti non anglofoni - nulla di tutto questo.

Un “buon affare” resta invece tale, non diviene a good deal - perché, appunto, è buono.

E tra “impresa” e “business”? Nel linguaggio quotidiano medio e sorvegliato, resiste “impresa”; ma in quello dei nerd e dei vari colonizzati culturali stravince “business”. Quale il suo “valore” aggiunto, in questo caso? Ovvio: invoca un mondo in cui le business (anche dette, in un inglese più preciso e più evocativo che naturalmente attrae molto meno gli imprecisi, gli invocatori e i nasconditori, enterprises) non falliscono; nasconde sotto il carpet un mondo in cui esse, invece, falliscono.

Che poi in quell’anglofono mondo invocato le cose non vadano affatto come i colonizzati credono, o fingono di credere, è un’altra storia... o forse, alla fine, è proprio la stessa storia, guarda un po’.

Perché lo stranierese non è solo un modo di parlare: è anche un modo di (non) pensare e, soprattutto, è un modo per non essere.

 

(Alberto Cassone)

 

v. anche: l'itanglese


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