Le riflessioni di Gioia - aforismi e verità

Gioia è una comune donna di campagna, poco istruita. È una donna semplice e ingenua. O forse no?

Leggi i quattordici capitoli del suo diario umoristico "Le riflessioni di Gioia" e impara qualcosa sulla vita di campagna in Italia. Ogni capitolo è ispirato a un aforisma d'autore. Se desideri commentare, scrivimi a: cassonealberto@gmail.com.

            

 

           LE RIFLESSIONI DI GIOIA

 

 

PREMESSA

 

Desidero innanzitutto ringraziare tutti voi che, generosamente, perdete il vostro tempo con i pensieri di una semplice campagnola come me. Colgo inoltre l’occasione per dirvi che, al fine di rendere più piacevole la vostra lettura, ho fatto correggere questo mio scritto alla professoressa Plotini, la più istruita fra le comari del comitato parrocchiale. E’ dunque merito suo se nei miei racconti troverete espressioni corrette, assenza (speriamo!) di errori grammaticali, nonché, talvolta, parole dotte.

                                                       Gioia

 

 

1. Gli eroi non hanno un buon odore (Flaubert).

Io sono una donna fortunata. I miei genitori dovevano averlo intuito che la mia vita sarebbe stata piena di belle sorprese, altrimenti, come lo spieghereste voi il mio nome di battesimo, Gioia? Sono convinta che mi piacesse molto già nuotare nella placenta, quando ancora ero in attesa di uscire fuori ed arrivare qui, in questo bel mondo dove viviamo tutti: credetemi, io, su questa Terra, ho trovato solo brave persone, gente che mi vuole un gran bene.

Oggi, ad esempio, è stato il mio compleanno e, con mio marito, abbiamo fatto una grande festa fuori, all’aperto, nel cortile della nostra casa: noi abitiamo in aperta campagna e ci divertiamo molto ad organizzare delle mangiate memorabili con gli amici. Pensate, infatti, che io ed Alceste, il mio adorato coniuge, iniziamo a prepararci per l’accoglienza addirittura una settimana prima del giorno fissato per la grande abbuffata: certo, sono sette giorni frenetici quelli, ma poi, una volta a tavola, si è ben ricompensati. Per sistemare tutto al meglio, ogni volta, io e mio marito ci dividiamo i compiti: a lui –poverino!- tocca sempre andare a sparare al maiale. Non sapete che pena provo quando lo vedo partire con il fucile in spalla, scendere il viottolo che parte dal retro della nostra casa, e varcare il cancello della porcilaia. E’ un animo sensibile il mio Alceste, e si vede ad occhio nudo quanto gli dispiace per la povera bestia moritura: certo, vorrei vedere voi! Non è bello fare la parte del boia, prendendosi, oltretutto, anche le occhiatacce degli altri animali che abbiamo sparsi qui nella cascina, fra il cortile e il terreno. Eh sì, perché, dai e dai, tutti, ma proprio tutti, i conigli, i pavoni, persino le galline, hanno capito che Alceste è il killer della fattoria, incaricato di far fuori, di volta in volta, la bestiola che ci serve per il pranzo o per la cena. Capirete che, dopo aver assolto a questo terribile dovere, il mio santo marito non è più in grado di fare nulla, anzi, gli serve una intera settimana per riprendersi dallo shock, ed il buonumore gli torna giusto giusto in prossimità della festa che abbiamo organizzato. Dunque, mentre il mio amore si riposa, io sbrigo tutte le altre faccende necessarie, ovvero pulisco da cima a fondo la casa, ramazzo il cortile, che è sempre ricco di piume di pavone, faccio il bagno a Bingo e Bongo, due dei nostri cani con lo speciale permesso di entrare in casa, e poi, ancora, vado a fare la spesa e cucino per due giorni di fila.

Faccio tutto da sola, poiché penso sempre che, essendo io in buona salute, con braccia forti e vigorose, non debbo lamentarmi per la mancanza di aiuti da parte degli altri: come dice il parroco del paese, il Signore nella sua saggezza ci affida solo compiti che siamo in grado di compiere, quindi è giusto che io sbrighi queste incombenze senza alcuna assistenza. Così vuole il Signore. Sia fatta la volontà di Dio.

Ma ho perso il filo, scusatemi, vi stavo parlando della magnifica festa di compleanno che Alceste mi ha organizzato oggi. Dunque, vi dicevo che sono venuti al mio pranzo tutti i nostri amici… cioè, mio marito dice sempre “nostri” ma io, in verità, non le conosco tanto bene queste persone che arrivano ogni volta, anche perché sono tutti uomini e, quando li vedo, non riesco proprio a discuterci, anzi, sono incapace di trovare argomenti di conversazione comuni, tipo la cucina o il bucato. Questi amici dei quali vi parlo, infatti, discutono solo ed unicamente di caccia alla lepre e di armi da fuoco adatte per ammazzare una lepre, così, essendo io impreparata sull’argomento, me ne sto zitta e penso solo a riempire i piatti… tanto per fortuna c’è Alceste che parla con tutti! Sì, perché il mio dolce coniuge è un cacciatore anche lui, ed ogni domenica mattina, alle cinque precise, parte in cerca di prede: io non amo tanto questo hobby, mi fanno paura le armi, però mi piace tanto vedere Alceste che all’alba si prepara per la missione. Pensate, lui mi sveglia appositamente quando il sole non ha nemmeno cominciato a spuntare, così posso preparargli il caffè, lo zuppone di latte e pane, ed aiutarlo ad indossare la tuta mimetica da ranger: dopo, però, lui mi dice sempre di tornare a letto e di riprendere sonno… è così premuroso mio marito!

Ma vi stavo raccontando della mia festa di compleanno: dunque, la cosa più bella dell’intera giornata è stata ricevere il regalo che mi ha fatto Alceste. Un libro! Beh, in realtà è un po’ piccolo, quindi diciamo un libricino: sulla copertina c’è scritto “Il Libro degli Aforismi” e nell’introduzione si dice che, leggendo per molti giorni di seguito queste frasi, una ogni mattina, e riflettendoci poi su fino a sera, “…la vostra mente ne trarrà giovamento e la vostra anima nutrimento”.

Io ho cercato sul dizionario che vuol dire aforisma ed ho trovato questa definizione: “breve frase che racchiude in sé un sapere filosofico o morale”. Stamattina, allora, dopo che Alceste se n’è andato al lavoro, ho letto il primo aforisma scritto nel libro. E’ questo: gli eroi non hanno un buon odore. Beh, non ci avevo mai pensato ma, in effetti, ragionandoci un po’... prendete Alceste, il mio guerriero: quando rientra dal lavoro è così sporco e sudato che neanche Pluto (il nostro cane più pulcioso) gli si avvicina. Dunque è esatto quello che dice l’aforisma. Incredibile! Che dono utile questo libricino! Io, che per dirvela tutta, tanto colta non sono, leggendolo mi potrò istruire, potrò riflettere su tante cose: sì, decisamente questo è il regalo più bello che io abbia mai ricevuto. E pensate che Alceste non l’ha neanche dovuto comprare, poiché l’ha trovato sotto un albero mentre faceva i suoi bisogni!

Eh, ve lo dicevo prima, io sono proprio una donna fortunata.  

 

2. L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo (Sofocle).     

Più leggo questi aforismi, più mi convinco che coloro che li hanno scritti dovevano essere dei veri e propri geni: anche questo Sofocle, ad esempio, dice una cosa ben giusta. Stamattina, mentre ero intenta a fare colazione seduta, ancora tutta assonnata, al tavolo della cucina, mi sono messa a riflettere sulla sensazione che provo quando aiuto qualcuno e… beh, in effetti mi sento bene quando lo faccio, mi sembra di impiegare nel modo migliore il tempo che ho a disposizione. Che poi, questa del fornire aiuto è una cosa che mi capita spesso, dato che, purtroppo, mia sorella Diletta ne ha sempre bisogno: poverina, sembra essere stata colpita da una maledizione. Sì, potrei dire che tanto sono fortunata io nella vita, quanto è sciaguratamente iellata mia sorella. Tutta la sua esistenza è stata una sequela di disgrazie, una dietro l’altra, a cominciare da quando eravamo piccole. Pensate, infatti, che noi due figlie siamo state da subito trattate in modo diverso dai nostri genitori: per farvi un esempio, mentre io alla domenica rimanevo a casa ad aiutare la mamma nelle faccende domestiche, Diletta, puntualmente, doveva andare in pullman con il gruppo della parrocchia a visitare qualche località vicina alla nostra zona! Così, alla sera lei tornava sempre distrutta, poiché aveva dovuto camminare molto e vedere tanti posti. Certo, ad essere proprio sincera, anche a me sarebbe piaciuto molto andare alla domenica con la comitiva di don Carletto ma, come diceva mia madre, quelle non erano cose per me, e poi non vedevo quanto era stanca la mia sorellina al rientro da quelle gite? Io non avrei potuto reggere tutta quella fatica e, anzi, mi dovevo considerare fortunata per il fatto di rimanere a casa con la mia famiglia nel giorno di festa. Eh, la mia mamma era proprio una donna saggia ed aveva ragione, sapete, a dirmi così: in fondo, io alla domenica potevo stare con i nostri cani, giocarci un po’ mentre li lavavo, spazzolavo e spulciavo, ed inoltre potevo respirare l’aria buona di campagna mentre rassettavo l’aia, sentendo, in primavera, il profumo dei fiori appena sbocciati, mentre Diletta, invece, era costretta a respirare lo smog di qualche cittadina turistica qui nei dintorni. Povera la mia sorellina! Ma, aspettate, vi stavo parlando dell’aiuto che le do sempre mi sembra… allora, dicevo che a Diletta capitano quasi tutte le settimane inconvenienti spiacevoli, e di conseguenza io, per quanto posso, mi sforzo di darle una mano. Prendete, ad esempio, quanto è accaduto qualche giorno fa: ci eravamo messe d’accordo affinché andasse lei dal nostro babbo, che è rimasto vedovo qualche anno addietro, per fare una bella chiacchierata, così, tanto per non farlo sentire solo… anche se, in realtà, andando io tutte le sere a trovarlo, non dovrebbe sentire molto la mancanza dei familiari… ad ogni modo, il giorno del quale vi parlo Diletta mi aveva chiamata informandomi del fatto che: “in seguito ad una seduta dal mio psicoterapeuta cittadino, ho stoicamente preso la decisione di recarmi da papà, per cercare di vincere il mio complesso edipico”. Ora, io non ci avevo capito molto del suo discorso, ma mi era chiaro che sarebbe andata lei dal babbo e, dunque, io mi ero tranquillamente messa a rammendare i calzini di Alceste. Ma, dopo qualche minuto, Diletta mi ha telefonato di nuovo, dicendomi che c’era stato un cambiamento nella programmazione di “Rete Celeste, la rete della donna campestre” e che, in seguito a ciò, la sua soap preferita, “Donna di paese, donna senza pretese”, era stata anticipata, motivo per cui lei non poteva uscire di casa per recarsi dal babbo, altrimenti avrebbe perso i primi, fondamentali, dieci minuti della telenovela. Capite ora ciò che intendevo dire? Iella su iella! Per una volta che la mia sorellina si era finalmente decisa a vincere questi suoi problemi d’Edipo che la devastano e non la fanno vivere tranquilla, le va a capitare questo inconveniente! Beh, io comunque continuerò a pregare per lei quando vado in chiesa, che risolva presto questa situazione di malessere diffuso involgente la sua sfera primitiva sensoriale, come dice bene Diletta, che è una donna istruita. Che poi, anche mia sorella prega, anzi, è profondamente devota: pensate che almeno una volta all’anno mi lascia i suoi quattro bambini per andare in pellegrinaggio nella terra di qualche santo. L’anno scorso, per esempio, è stata a visitare la salma di Santo Domingo, mentre l’anno prima era andata a dire il rosario sulla tomba di Santa Fe. Eh sì, Diletta è davvero molto religiosa!

 

3. Le idee migliori sono proprietà di tutti (Seneca).

Come faccio da due giorni, anche oggi ho dato un’occhiata al mio preziosissimo libro, alla ricerca di un’altra bella frase sulla quale riflettere: ne ho trovata una che, non ci crederete, è proprio adatta per raccontarvi quello che è successo qualche mese fa a me e alle mie amiche del comitato parrocchiale. Dunque, comincio dal dirvi che qualche tempo addietro ho avuto, tanto per cambiare, un’immensa fortuna, ovvero quella di poter partecipare a un concorso di cucina: ciò che chiedevano gli organizzatori della gara era che venissero inventati dei piatti diversi dal solito, più fantasiosi di quelli che normalmente si preparano, ad esempio combinando insieme ingredienti strani. Quale premio in palio per la cuoca che avesse tirato fuori la ricetta più originale c’era … tenetevi forte, un week-end a Parigi per sole femmine! Quattro posti in un albergo molto costoso, più il biglietto aereo! Quando le mie amiche sono venute a dirmelo, quasi non ci credevo: mi avevano iscritta a quel fantastico concorso! Sì, io me la cavo in cucina, specialmente con i piatti di cacciagione, visti tutti gli animali morti che Alceste porta a casa alla domenica, però una gara a quel livello … ho pensato subito che non sarei mai stata capace di inventarmi qualcosa di molto particolare da cucinare. Alla fine, però, con le altre comari del comitato parrocchiale abbiamo avuto una trovata geniale: ciascuna di noi avrebbe pensato a un piatto insolito da proporre e poi ci saremmo confrontate, scegliendo quindi l’idea migliore con la quale presentarci al concorso.

Potete immaginare la mia ansia in quei giorni! Ho provato a fare milioni di menù: pollo con marmellata, trota con cipolle e miele, cappone con l’uva passa, pasta con ricotta e caffè, ciambellone con le carote e il sedano, ma nulla, mi sembrava tutto troppo esagerato! In effetti, ora che ci ripenso, queste sono ricette che vedo tutti i giorni in tivù, quindi qualcuno che mangia roba simile ci deve pur essere… ad ogni modo, i piatti di cui vi parlavo non mi convincevano per nulla ma, giusto quando stavo per arrendermi e affidarmi all’ingegno delle mie amiche, ho avuto l’illuminazione! Ma sì, -ho pensato- il coniglio alla perpetua! Dovete infatti sapere che, all’età di otto anni, ho avuto una strana malattia, i cui sintomi erano lingua verde e chiazze viola sul viso: i miei genitori, preoccupati, mi hanno allora amorevolmente affidato alle cure della perpetua del fu parroco del paese. Mi ricordo ancora cosa disse la mia povera mamma al nostro sacerdote quando mi consegnò a lui, “… e mi raccomando, don Gigetto, non ce la riportate finché non diventa presentabile, chiaro?”; e siccome io sono tornata normale dopo molti mesi, ho passato tanto tempo con Santina, la perpetua del parroco, tutte e due in cucina a rassettare e a cucinare. Ecco, è stato allora che ho imparato questa ricetta del coniglio! E’ un piatto molto semplice, ma oltremodo originale, poiché la bestiola deve essere presentata in tavola intera e con le zampine davanti unite, come se stesse pregando: poi, a tavola, prima di servire i commensali, si prende la paletta di legno e si schizza per tre volte il coniglio con un composto di olio e rosmarino, per benedire l’animale.

Ma certo, che bella idea! Il coniglio alla perpetua! Quando mi è venuta in mente questa ricetta sono stata felicissima, poiché finalmente avevo l’idea giusta, e dunque non mi restava altro da fare che proporla alle mie comari del comitato.

Quando mi sono riunita con le altre, però, non so come, ma la mia proposta non ha avuto successo: tutte hanno cominciato a dire che dovevo essere impazzita, che dovevo aver avuto una crisi, come hanno detto… sì, mistica! Io, ancora oggi, non sono riuscita a capire il motivo di tanta contrarietà, comunque, essendoci rimasta molto male, ho detto alle amiche che mi volevo ritirare dalla gara e che una di loro avrebbe potuto prendere il mio posto, proponendo la ricetta che riteneva più giusta.

E così è stato: io ho rinunciato al concorso di cucina e la Bice Ciripicchio, la soprano del coro parrocchiale, ha partecipato in mia sostituzione. Beh, posso dirvi una cosa? Tutto il dispiacere che avevo dentro quella sera in cui le amiche hanno rifiutato la mia idea, si è improvvisamente tramutato in gioia quando ho saputo della vittoria della Bice: pensate, ha vinto presentando proprio il mio piatto, il coniglio alla perpetua! Lì per lì, quando ho letto la notizia su “Il Gazzettino del contadino”, ho pensato a un errore, ma poi ho realizzato che, evidentemente, le mie amiche dovevano aver valutato di nuovo la mia ricetta, considerandola buona. L’articolo sul giornale diceva pure che la Bice e le altre autrici dell’invenzione culinaria, la Doris Pappatani, la Patrizia Sbrecolini e la Giuseppina Cabelloni, a quell’ora erano già sul volo per Parigi: certo, la partenza era stata immediata e le mie amiche, sicuramente, non avevano avuto il tempo di informarmi della bella novità.

Per me, comunque, l’importante è che la mia idea sia stata premiata. Che soddisfazione!             

 

4. La meraviglia è figlia dell’ignoranza (G.B. Vico).

Mi sembra di avervelo già accennato: io non sono una donna molto istruita. Non ho potuto studiare quanto avrei voluto, o almeno quanto mia sorella Diletta, poiché, l’anno in cui avrei dovuto frequentare la prima superiore, in casa nostra c’è stata la famosa protesta delle mucche. Sì, in pratica alla fine dell’estate la Bianchina e la Rosella, due delle nostre vacche più ricche di latte, decisero di punto in bianco di non farsi più mungere: la mia povera mamma era convinta che le bestie si fossero risentite per qualche frase di troppo, volata in quel periodo nella nostra fattoria a causa dell’arrivo, nella cascina dei nostri vicini, di Clarabella, la mucca appena eletta Miss Mammella. Probabilmente, sosteneva la mamma, qualcuno di noi doveva essere stato così insensibile da parlare in termini entusiastici di quella miss Clarabella davanti alla nostre mucche. La Rosella e la Bianchina, secondo la mamma, erano molto suscettibili e dovevano aver preso la cosa sul personale… che aveva quella vacca più di loro? Cosa faceva uscire fuori? Oro liquido al posto del latte?

La situazione era diventata grave: le nostre bestie protestavano da oltre una settimana, colpendo con le pesanti code chiunque si avvicinasse a loro nel tentativo di mungerle, quando, all’improvviso, la mia geniale sorella ebbe una trovata miracolosa. C’è da dire che Diletta aveva da poco iniziato a snobbare gli ambienti paesani: in particolare, il pomeriggio dopo la scuola si recava sempre in città per partecipare alle sedute di uno strano circolo, “per l’affermazione dell’io e l’estrinsecazione della femminilità repressa”, così almeno diceva lei.         

Ecco, proprio durante una di quelle riunioni, avvenuta durante il periodo della rivolta animale nella nostra fattoria, la mia intelligente sorella sentì un discorso che, secondo lei, avrebbe potuto risolvere il problema che ci affliggeva. Il discorso in questione era il seguente: l’essere umano, e quindi, aveva poi convenuto la mamma, anche le mucche, può vivere bene solo se ha una forte dose di autostima. Nessuno infatti, proseguiva questa teoria, può ritenersi un elemento valido e utile per la società se non se ne convince per primo lui stesso, facendo un lavoro mentale di auto-convincimento della propria intelligenza, bellezza, sapienza e generosità verso i suoi simili. Ora, andava avanti il discorso, l’uomo, ma anche la bestia, aveva dedotto poi la mia povera mamma, per raggiungere la giusta dose di autostima non può usare che un mezzo, sicuro, infallibile, ovvero la ripetizione ad alta voce dei propri pregi. In questo modo chiunque, concludeva tale teoria, avrebbe rafforzato il proprio io, affermandolo contro le difficoltà della vita. Questo era ciò che Diletta aveva sentito a quella riunione del circolo giù in città: tornata a casa la sera ne parlò con il babbo  e la mamma, e l’indomani tutti e tre vennero a dirmi la buona nuova. Si era finalmente trovata la soluzione al problema delle mucche! Però c’era un particolare, mi dissero subito dopo: giacché la Bianchina e la Rosella erano animali e, dunque, non parlavano, non avrebbero mai potuto ripetere a se stesse le frasi previste dalla teoria di Diletta. Per rimediare a questo problema, mamma, babbo e sorella avevano pensato che io avrei potuto benissimo rimanere a casa quell’anno, anziché cominciare la scuola, e passare la mattina nella stalla con le nostre mucche ripetendo ad alta voce quanto prescritto per la loro malattia dell’autostima, cioè queste due frasi “io, Bianchina, del latte sono la regina” e “io, Rosella, della fattoria sono la più bella”. E fu così che, da allora, io iniziai a non andare più a scuola come gli altri ragazzini della mia età…

Ma perché vi stavo raccontando questo? Ah sì, per via della frase che ho letto stamattina sul mio libro degli aforismi: “la meraviglia è figlia dell’ignoranza”! Ecco, come vi spiegavo, per via del fatto delle mucche io non sono molto colta, ed ora ho capito, grazie a questa frase, che deve essere questo il motivo per cui molto spesso resto a bocca aperta nel sentire certe cose! Prendete l’altro giorno, ad esempio: mentre stavo facendo il bucato, ho scoperto un biglietto nelle tasche della tuta mimetica di Alceste, quella che lui usa per andare a caccia. Era un messaggio scritto a penna e diceva così: “Ci vediamo domenica prossima nel solito anfratto dentro al bosco. Aspettami, mio leprotto.” Ora, lì per lì non ho capito tanto bene, però, per fortuna, alla sera mio marito mi ha spiegato tutto: ma, lo sapevate voi che cos’è un “rito propiziatorio”? Beh, in pratica il mio Alceste, per far sì che la caccia settimanale sia buona, ogni lunedì scrive una tenera frase alla sua preda, poi la ripete ad alta voce per cinque giorni davanti allo specchio del bagno, ed infine, quando arriva la domenica, lui parte alla volta del bosco, ormai convinto che la bestiola sia proprio lì che lo aspetta.

Che dirvi? Io proprio non avevo mai sentito parlare di questo “rito propiziatorio”! Dunque è vero, ci si meraviglia sempre quando si è ignoranti come me!

 

5. Chi non viaggia non conosce il valore degli uomini. (Proverbio Moresco).

Il giorno più bello della mia vita è stato, senza dubbio, quello in cui ho sposato il mio Alceste.

La mia povera mamma aveva tenuto da parte per me un bellissimo abito da indossare il giorno delle nozze. Pensate, l’aveva cucito lei personalmente quando io ero piccola, usando la stoffa avanzata al tappezziere che aveva rifoderato il divano giallo di casa nostra: eh sì, sembravo veramente una bambola quella mattina, anzi, vi dirò che ero proprio tale e quale alla mia Primula, la bambina di porcellana che tengo in salone, sulla mensola sopra al caminetto, accanto alla gondola che mi ha portato Diletta da Venezia.

La mia cerimonia nuziale si è svolta nella chiesa dell’Asinello, chiamata così perché si trova in cima ad una ripidissima salita, quasi impossibile da percorrere se non si è in groppa a un ciuco. Beh, a dire il vero gli invitati, il giorno del nostro matrimonio, avevano adottato uno stratagemma molto ingegnoso per raggiungere l’obiettivo: ed è stato per via di questa loro arguzia che io, arrivata con il mio babbo davanti alla chiesa, per entrare ho dovuto scavalcare decine e decine di scarponi da montagna accatastati proprio di fronte all’entrata della parrocchia. E non vi dico i fiori meravigliosi che c’erano intorno all’altare e lungo le navate laterali! Grazie, infatti, ad un gentile pensiero della perpetua di don Carletto, la chiesa era piena di grandi composizioni floreali a forma di corone, rimaste lì da un funerale celebrato il giorno prima.

Terminata la messa, poi, siamo andati tutti a mangiare nel ristorante scelto da Alceste: mio marito, infatti, aveva dichiarato già da mesi di voler scegliere lui il luogo ove si sarebbe svolto il nostro pranzo di nozze. Io, ad essere sincera, mi aspettavo che si andasse al “Roseto fiorito”, oppure al “Giardino incantato”, due posti molto rinomati nella nostra zona: ma, in fondo, anche da “Peppone il re della cacciagione” non ci siamo trovati male. Gli unici inconvenienti, infatti, sono stati: 1) l’odore di coniglio in salmì che ha impregnato totalmente il mio bell’abito, senza peraltro venire più via, tant’è che ancora oggi Bingo e Bongo gironzolano attorno al baule dell’ingresso dove tengo il mio vestito, pensando che dentro ci sia un pasto succulento; 2) la macchia di sugo con la quale Alceste si è macchiato il suo prezioso completo da cerimonia (e dire che si era annodato intorno al collo un’intera tovaglia a quadrettoni per non sporcarsi!); 3) i cori intonati durante tutto il pranzo da un gruppo di motociclisti che stavano mangiando nella sala accanto alla nostra. Sapete, quest’ultimo problema, forse, avrebbe potuto essere evitato se il ristorante di Peppone non si fosse trovato proprio lungo la strada statale… ma ad ogni modo non posso certo lamentarmi, lì ci siamo trovati bene: il cibo, anche se un po’ pesante, era veramente gustoso.

Ma, parlando del mio matrimonio, il ricordo più bello che ho, e del quale vi voglio narrare, è quello del viaggio di nozze: la sera stessa dello sposalizio, infatti, io ed Alceste siamo partiti in aereo alla volta del deserto. Ora, non saprei dirvi con precisione in quale paese ed in quale continente siamo andati, però, una volta giunti a destinazione, ci siamo ritrovati in un bellissimo albergo in mezzo alle dune di sabbia. Io, quando il mio amore mi aveva annunciato che saremmo andati nel deserto, avevo subito pensato, fra me e me, alle illustrazioni del mio sussidiario delle scuole elementari: le piramidi, i faraoni, le mummie, e via discorrendo… ed invece, sapete una cosa strana? Nel posto in cui siamo andati noi, tutte queste cose non c’erano! No, in effetti io non ho visto nulla di quello che mi aspettavo, però in compenso ho passato sette magnifici giorni nella piscina dell’hotel, e Alceste, dal canto suo, ha potuto mangiare quotidianamente il suo piatto preferito, ovvero gli spaghetti al ragù, preparati appositamente per lui dalla cuoca dell’albergo. Un giorno, poi, è successo un fatto curioso: un signore con indosso una tunica bianca e un fazzoletto in testa è andato dal mio adorato marito, il quale era molto impegnato con un solitario, e gli ha proposto di uscire un attimo fuori dall’hotel per vedere il suo cammello: Alceste, che è una persona cortese, è andato e ha osservato l’animale. Ora, io non ho mai saputo se quel bizzarro episodio c’entrasse qualcosa, fatto sta che quella stessa sera, mentre eravamo a cena, il mio Alceste mi ha detto una cosa bellissima, ovvero: “Gioia, solo io so quanto tu vali veramente… di certo più di quanto pensano gli altri!”.       

Che dirvi? Dunque è proprio così come ho letto stamattina: quando si viaggia si scopre il valore autentico delle persone.

 

6. L’ansia è come una sedia a dondolo, sei sempre in movimento ma non avanzi di un passo (Anonimo).

Credo di non avervi ancora parlato dei miei parenti, a parte quelli più stretti, ovvero i miei genitori e mia sorella Diletta. Voglio quindi farvi sapere che la mia famiglia comprende anche altre persone, poiché sia mio padre che mia madre (che il Signore l’abbia in gloria), hanno avuto la fortuna di crescere con dei fratelli e delle sorelle: per la precisione, quindi, io ho quattro zie dalla parte di mio papà e tre zii dalla parte di mia mamma.

Le quattro sorelle di mio padre, zia Assunzione, zia Immacolata, zia Addolorata e zia Incoronata, sono tutte zitelle: io, per dirvi come la penso, ho sempre creduto che, con quei nomi, le zie si sarebbero fatte suore, ed invece il tempo è passato e loro non si sono maritate, né hanno preso i voti. Sono perciò rimaste signorine.

Zia Assunzione ha una piccola farmacia qui in paese e se la cava bene nel suo lavoro, benché tutti dicano che prima o poi le persone smetteranno di comprare le medicine da lei, per via dello sforzo che si deve fare ogni volta nel mimare alla zia i sintomi del malessere accusato. Sì, perché zia Assunzione, purtroppo, non sente. Nulla. Neanche se avesse un megafono puntato dentro all’orecchio riuscirebbe a percepire qualche suono: i clienti della farmacia si sono ormai abituati alle condizioni della zia, così, prima di recarsi da lei, preparano tutti una piccola recita da farle vedere, affinché lei possa comprendere bene il dolore da loro lamentato. Ad esempio, per dirvene una, chi ha un forte mal di pancia di solito entra nel negozio della zia tastandosi lo stomaco e contorcendosi come un’anguilla. Ovviamente questo metodo della recitazione non è infallibile… infatti è già capitato più volte che la Bettina, un’anziana comare che soffre di emicranie e si massaggia continuamente le tempie, sia uscita dalla farmacia di zia Assunzione con una “crema per il lifting del contorno occhi”… ma tant’è! I suoi clienti continuano a recarsi da lei, dunque si vede proprio che qui in paese la zia è molto stimata!

Anche zia Immacolata, zia Addolorata e zia Incoronata (la Santa Trinità le chiamano), hanno una piccola attività commerciale qui in paese: si tratta di una bottega di orologi: il suo nome, esposto fuori, sull’insegna, è “Tempo Biblico”. A me piace molto andare a trovare le zie e perdermi fra tutti quei pendoli a cucù, sveglie a forma di pianoforte e orologi a muro a forma di pesce: evito, però, di andare da loro in prossimità della mezza, perché, come dicevano tutte le vecchiette della via al funerale del povero Carmine, il vedovo debole di cuore che abitava vicino al negozio delle zie, tanti squilli messi insieme possono essere molto pericolosi.

Ecco, queste sono dunque le mie quattro zie, ovvero le sorelle di mio padre.

Ma, come vi dicevo prima, anche la buonanima della mia mamma aveva compagnia, poiché in casa con lei c’erano ben tre fratelli, cioè i miei zii Totuccio, Devoto e Orazio.

Zio Totuccio ancora oggi lavora il tabacco, o almeno in famiglia crediamo tutti così: il fatto è che questo mio zio ha sempre svolto il mestiere di contadino, alzandosi ogni dì all’alba per recarsi nella piantagione, e rientrando a casa solo al calar delle tenebre, a fine giornata. Ora, non so se voi conoscete i campi di tabacco: le piante sono molto alte e la coltivazione è fitta, sicché è impossibile vedere la sagoma di qualcuno nascosto là in mezzo; e poiché zio Totuccio vive solo, non essendosi mai sposato, nessuno lo vede quando al mattino si reca nel campo, né quando, alla sera, ne esce. Ad ogni modo, tutti noi si pensa che lo zio sia sempre lì, in mezzo al tabacco. 

Zio Devoto e zio Orazio, invece, non hanno mai svolto un lavoro preciso: anche loro scapoli, hanno sempre amato andare in mezzo al bosco a raccogliere funghi, oppure recarsi giù al fiume a pescare trote. E proprio questa loro passione della pesca mi è tornata in mente oggi, mentre riflettevo sull’aforisma appena letto: quella frase, infatti, mi ha subito fatto ripensare alla domenica in cui, con tutta la mia famiglia, sono andata a fare una scampagnata giù al fiume. Gli zii, al tempo, avevano una piccola barchetta di legno ed io, il giorno del quale vi parlo, mentre i grandi preparavano le cose da mangiare, ero salita sopra a questa imbarcazione: purtroppo, però, la fune che univa la barchetta ad una grossa pietra posta sul greto del fiume non era legata bene, così io sono stata trascinata via dalla leggera corrente, andando ad incagliarmi fra due grosse rocce che sporgevano fuori dall’acqua, proprio nel mezzo esatto del fiume. Beh, alla fine, per venire via da lì, ho dovuto rimboccarmi le maniche: con una forza sorprendente per una ragazzina di otto anni, ho remato per circa un’ora, riuscendo infine a tornare, mezza morta però, sulla sponda del fiume dove i miei familiari, accortisi subito della bravata che avevo fatto, mi aspettavano. Ecco, fino a stamattina, quando ho letto l’aforisma del quale vi dicevo, non ero mai riuscita a capire perché, quel giorno, zio Devoto e zio Orazio, pur avendomi vista in mezzo al fiume, non si fossero buttati in acqua per venire a riprendermi. Ma ora è tutto chiaro: i poverini erano angosciati per me! Ma certo! L’ansia li stava divorando ed impediva loro di muoversi…

 

7. Un bel morir tutta la vita onora (Francesco Petrarca).

L’altra sera, alla riunione del comitato parrocchiale, ho sentito le mie amiche discutere di tombe, lapidi, parole scolpite nel marmo e via dicendo. Ho subito pensato ad una disgrazia! In particolare, la mente mi è andata in un attimo all’Ernesto, il proprietario della trattoria più famosa del paese: ormai, infatti, tutti noi abitanti di questo luogo ci aspettiamo da un momento all’altro il decesso di questo nostro compaesano, così, quando sentiamo fare discorsi funebri, pensiamo subito a lui. Il fatto è che la trattoria dell’Ernesto si trova proprio in mezzo alla strada statale che attraversa il paese e, per essere precisi, la cucina del locale si trova da un lato della strada, mentre la sala con i tavoli si trova sull’altro lato: l’Ernesto, che serve personalmente le pietanze ai suoi clienti, si trova così costretto ad attraversare la statale almeno un centinaio di volte al giorno. Pensate: ho sentito dire in giro che nessuna assicurazione vuole fare un contratto all’Ernesto, a meno che lui non paghi una cifra spropositata, di certo non normale per un semplice oste di paese. Questa faccenda è, in effetti, ingiusta, ma ricordo di aver sentito un caso simile a quello dell’Ernesto in una trasmissione televisiva: lì, però, l’assicurazione non volevano farla al proprietario di un negozio di rettili asiatici, che è certo ben diverso da una trattoria… ad ogni modo, questo ora non c’entra. Le mie amiche, in parrocchia, non stavano parlando dell’Ernesto, che per ora è vivo. La discussione funebre aveva invece preso il via a causa degli sconti proposti, solo per questo mese, dal marmista della nostra zona, quello che, per intenderci, ha scolpito tutte le lapidi del paese. La Bice e le altre, vista l’occasione, stavano pensando di approfittarne per ordinare, sicuramente un po’ in anticipo, la propria lapide: ognuna delle comari, dunque, stava riflettendo ad alta voce sulla scritta che avrebbe voluto far incidere sulla propria tomba.

Quando io sono entrata nella sala parrocchiale, la Rosa stava appunto dicendo che era indecisa fra “ancella del Signore, dotata di ogni cristiana virtù”, e “serva di Dio, del marito, dei figli e dei suoceri”: secondo lei andavano bene entrambe le scritte. Appena mi hanno visto, le mie amiche mi hanno subito coinvolto nel loro discorso, chiedendomi di pensare anch’io a una frase per la mia lapide. Io non ho una grande fantasia, perciò ho detto che non mi veniva in mente nulla, però a voi posso dirlo: in realtà mi è sempre piaciuta la frase che c’è sulla tomba di nonno Massimino, che poi, coincidenza, è la stessa frase che ho letto stamattina sul libro degli aforismi. Chissà, allora questo doveva essere un detto famoso già all’epoca: un bel morir tutta la vita onora… certo che, a sapere com’è morto il nonno, si capisce che non avrebbe potuto esserci scritta più azzeccata di questa per lui! Il padre di mio padre, infatti, faceva il guardiano della villa comunale del paese: lui curava le aiuole, potava le piante, strappava le erbacce dalla terra, insomma si adoperava in ogni modo per mantenere pulito quel bel giardino. Una notte di tempesta, con tuoni e fulmini a non finire, e con un vento che soffiava a 180 chilometri orari, il nonno, pur di portare in salvo alcune piantine appena innestate nel terreno della villa comunale, uscì di casa con quella tremenda bufera. C’è ancora qualche vecchietto in paese che ricorda la scena vista dalla finestra della propria casa: nonno Massimino che volava, con il suo fazzoletto rosso al collo ed una piantina di begonie in mano…

 

8. La malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione (Italo Svevo).

Sin da quando ero bambina, ho sempre avuto un buon rapporto con i medici. Per dirvene una, ad esempio, non mi sono mai sognata di scappare via in occasione della visita annuale, nella nostra casa, del dottor Felicino: che brav’uomo che era quello! Visitava tutti con una tale delicatezza! Io non mi lamentavo di certo quando, per controllarmi i denti, il dottore mi spalancava la bocca fino quasi ad intravedere le mie viscere… io no, ma Giocondo e Belmondo, i nostri due puledrini, si lagnavano eccome! Sentirli era uno strazio, sembrava proprio che il dottore li stesse torturando! Eppure quello era veramente il miglior medico della zona: “così sprecato per le bestie”, dicevano in casa… ed infatti, dopo tutti gli animali della nostra fattoria, la mia povera mamma faceva sempre visitare anche me dal dottor Felicino. Ero veramente una bambina fortunata io, che venivo addirittura visitata a domicilio, mica come Diletta che, poverina, ogni mese doveva andare giù in città per il controllo dal pediatra.

Sarà, dunque, per via di questo bel rapporto che ho sviluppato con la figura del dottore durante l’infanzia, che, nel corso del tempo, mi sono appassionata sempre più alla scienza medica, iniziando così a studiare tutte le malattie descritte ne “l’Enciclopedia dell’inguaribile ipocondriaco”, composta da venti volumi, che Alceste ha pazientemente comprato a rate dopo averla vista in un programma tivù.

Ora io sono dunque in grado di riconoscere i sintomi di molte malattie, azzeccando anche le cure giuste da seguire nei vari casi.

Prendete la Tina ad esempio, una delle comari del comitato parrocchiale: lei soffre di una rara forma allergica a qualsiasi tipo di detersivo per pavimenti e spray per lo spolvero dei mobili. Mi sono accorta di questa sua malattia a distanza di qualche mese dal suo arrivo nel nostro comitato: in particolare ho notato che la Tina, durante le riunioni nella sala dell’oratorio, non si offriva mai volontaria per fare le pulizie. Sapete, la nostra parrocchia non ha i fondi per pagare qualcuno che pulisca un po’ i locali della chiesa, così facciamo tutto noialtre comari. Pensate che ci siamo addirittura divise i compiti settimanali: a me spetta lavare per terra al lunedì, al martedì, al mercoledì, al giovedì, al venerdì e al sabato, mentre le mie amiche hanno l’incarico di passare lo spolverino sulle panche della chiesa alla domenica, prima dell’arrivo dei fedeli per la messa di mezzogiorno.

Ma vi dicevo delle malattie che so riconoscere… dunque, un’altra è l’asma da cicorietta di campagna: dovete infatti sapere che don Carletto, il nostro amato parroco del quale vi ho già parlato, ha scoperto che, sul pezzo di terra retrostante alla chiesa, cresce, per volontà del Signore, dice lui, una squisita cicorietta selvatica. So che è buona perché l’ho assaggiata dopo averla colta, lavata, pulita e cucinata: anche al nostro prete è piaciuta molto, così, da allora, è lui a chiedermi sempre di andare a raccoglierne un po’ e darla poi alla sua perpetua, affinché lei gliela faccia trovare per cena.

Ecco, un giorno che don Carletto mi aveva fatto questa richiesta, vedendo che lui aveva appena finito di dire messa e si accingeva ad andare a stendersi sulla sua sdraio nel giardino vicino alla parrocchia, gli chiesi se, per caso, non volesse accompagnarmi a cogliere la cicorietta: sapete, quattro mani sono sempre meglio di due! Ma non avevo neanche finito di porgli la domanda che don Carletto iniziò improvvisamente a tossire e a respirare affannosamente, come qualcuno che stesse soffocando… era asma da cicoria! Mi spiegò infatti il nostro prete, una volta ripresosi, che fin da piccolo lui era affetto da questa strana forma di “occlusione delle vie aeree”, avvertendo un senso di “costrizione polmonare” tutte le volte in cui metteva il naso troppo vicino ad una piantina di cicoria campestre. Però, per fortuna, aggiunse poi don Carletto, l’asma non si presentava se quella verdura arrivava a lui già cucinata e condita, adagiata su un bel piatto, magari con accanto un cosciotto di pollo.

Quante strane malattie ci sono nel mondo… ma non sarà, come dice l’aforisma che ho letto oggi, che tante persone nascono convinte di essere affette da un male inguaribile senza in realtà averlo? Boh, io “l’enciclopedia dell’inguaribile ipocondriaco” l’ho letta tutta, ma non c’è scritto nulla su questo argomento, su quali medicine si debbano prendere per cambiare idea ed iniziare a credere di essere sani come pesci!

 

9. Un linguaggio diverso è una diversa visione della vita (Flaubert).

Oggi ha suonato alla porta di casa nostra un bizzarro individuo: il mio Alceste era, come al solito, al lavoro, ed io, così com’ero vestita, con il grembiulone a scacchi che uso per preparare il pastone da far mangiare ai cani, ho aperto a questo strambo signore.

“Buongiorno madama, incantato di conoscerla”, mi ha detto lui, non appena mi ha vista sulla soglia di casa.

“Sono Giovanni Fringuelli, rappresentante della E.E.E. Company, e vengo a illustrarle il nostro lavoro, sempre che lei mi permetta di sedermi cinque minuti sul suo divano…”, ha poi aggiunto lo sconosciuto.

Io, lì per lì, non ho capito molto bene cosa volesse questo signor Fringuelli, però, siccome mi sembrava scortese non farlo entrare in casa, gli ho detto di aspettare lì due minuti, che io sarei tornata poco dopo per farlo accomodare. Ho quindi richiuso velocemente la porta di casa, sono corsa in salone, ho cacciato Bingo e Bongo dal sofà (quei due se ne stanno sempre lì, immobili), poi ho preso Furetto “il mini-aspiratore per ogni peloso difetto” e l’ho passato su tutto il divano, rimasto vittima della muta dei miei due cagnolini. Finito di pulire, sono tornata alla porta e ho fatto entrare il signor Fringuelli, che nel frattempo mi aveva pazientemente aspettato.

“Prego, venga, venga, si accomodi in salone”, gli ho detto.

“Grazie, molto gentile madama”, mi ha risposto lui, sedendosi sul sofà.

A quel punto anch’io mi sono seduta, per la precisione ho spostato una delle sei sedie che stanno attorno al nostro tavolo, sapete, quelle con lo schienale a forma di testa di leone, e mi sono piazzata proprio di fronte al signor Fringuelli: ero veramente curiosa di ascoltare le sue parole, anche perché, qui in paese, si vedono sempre le stesse facce, mai un volto nuovo, qualcuno che parli di cose diverse dalla vendemmia o di come far cadere le olive dall’albero…

“Allora, mia signora, oggi, in questa bella giornata di sole che il buon Dio ha voluto mandarci, sono qui da lei per parlarle della nostra company, e in particolare dei nostri prodotti migliori, cioè quelli evidenziati da un recente focus group da noi organizzato”, ha iniziato a dire il signor Fringuelli.

Tutto, allora, si è immediatamente chiarito nella mia testa: ma certo, avevo davanti a me un rappresentante del circo che, in questo periodo, sta facendo gli spettacoli nella nostra zona! Me l’avevano detto le comari della parrocchia, che era arrivato il circo in paese, ma, sinceramente, io pensavo che i numeri dello spettacolo fossero sempre gli stessi, non sapevo nulla della bella novità che c’è quest’anno: addirittura un gruppo di mangiatori di fuoco!

“La ringrazio per essere passato qui stamattina a dirmi personalmente le novità della vostra compagnia”, ho risposto allora io al signor Fringuelli, “sono molto interessata alla sua illustrazione”.

“Madama, le sue parole mi rallegrano –mi ha detto quindi lui-, se lei ci apprezza veramente così tanto, al più presto le farò fare la conoscenza del nostro magazine”.

Ecco, questa frase del signor Fringuelli, devo proprio dirvelo, mi ha lasciato molto sorpresa: nessuno, infatti, mi aveva detto che quest’anno la compagnia circense ha preso in affitto un magazzino per fare le sue esibizioni! Eppure la Gertrude e la Leonella sono andate a vedere lo spettacolo… e mi sembrava avessero parlato del solito tendone rosso nel grande spiazzo che c’è fuori dal paese, vicino al campo santo, non certo di un deposito merci.

“Dunque, ciò di cui voglio parlarle, madama, è il nostro asso nella manica, il pezzo migliore della nostra company, la nuova, nuovissima, commercial paper da noi sponsorizzata… ”, ha poi ripreso a dire il signor Fringuelli, parlandomi, poi, per altri venti minuti di quest’altra attrattiva che c’è adesso al circo.

Io l’ho ascoltato fino alla fine, ma non ho capito granché: santa pazienza, secondo voi com’è possibile che un animale da cortile, anche se ammaestrato per il commercio, possa essere utilizzato per comprare addirittura mobili o case? E’ sempre un palmipede! Che cosa possono mai avergli insegnato per farlo diventare così prezioso? Forse quelli del circo hanno istruito talmente tanto questa papera da renderla in grado di fare di conto? Può essere, quindi, messa dietro alla cassa di un negozio? Oppure è in grado di servire i clienti di una pizzicheria, affettando prosciutto e salame?

“… lei capisce, signora, la commercial paper che noi offriamo non ha alcun bisogno di essere descritta nei minimi particolari, tanta è la sua fame!”, ha concluso quindi il signor Fringuelli.

Al sentire queste ultime parole, le mie perplessità sono notevolmente aumentate. Ma come: questa papera è addirittura famelica, sicché per nutrirla ci vorranno almeno cinque o sei recipienti di pane ammollato in acqua, eppure ha così tanto successo? Possibile che tutti accettino di scambiarla con beni di ogni tipo?

Mah, ad ogni modo non ho fatto in tempo a chiedere al signor Fringuelli spiegazioni più approfondite su questo strano animale, poiché lui è dovuto andar via di corsa subito dopo aver terminato l’illustrazione dei nuovi numeri che ci sono quest’anno al circo: vorrà dire che mi terrò i miei dubbi sino a quando Alceste non mi porterà a vedere lo spettacolo…

 

10. Non c’è mai stata una guerra buona o una pace cattiva (Benjamin Franklin).

Da dieci anni in casa combattiamo la guerra del letame. Dovete infatti sapere che i rapporti fra il mio Alceste e il nostro vicino non sono molto buoni: per dirvi la verità, il mio adorato marito mi ha proibito più volte anche solo di parlare con la Geppina Copponi, la moglie del vicino in questione, perché, come dice il mio amore “la famiglia è sempre quella, non devi avercela solo con uno, ma con tutto l’albero genealogico!”. Ora, a parte il fatto che non capisco perché dovrei prendermela con gli alberi dei nostri confinanti, magari facendoci pipì contro, come fa Alceste, non vedo perché dovrei smettere di chiacchierare con la mia vicina. Peraltro, io e la Geppina andiamo a fare la spesa nello stesso supermercato, quello grande, appena fuori dal paese, e ci consigliamo sempre su quale detersivo prendere, quale ammorbidente comprare, insomma, ci diamo a vicenda utili suggerimenti.

Ma vi dicevo del letame: dunque, dai tempi dei tempi, il nostro terreno e quello dei Copponi sono sempre stati divisi da una siepe che correva per tutta la lunghezza del confine fra i due fondi. A causa, però, dei tragici eventi che hanno riguardato il povero Ignazio Copponi, la siepe in questione è stata, da un momento all’altro, completamene sradicata, lasciando le nostre proprietà senza una precisa delimitazione. Tutto cominciò quando il fu Ignazio, suocero della Geppina, ebbe la sventura di assaporare il gusto di una vita ricca e lussuosa, senza poi, però, riuscire a concludere nulla, e rimanendo, invece, a fare la sua vita di sempre, ovvero quella di vecchietto di campagna.

L’Ignazio aveva, infatti, il vizio del gioco: in vita sua aveva provato di tutto, corse dei cavalli, schedina del totocalcio, scommesse su chi avrebbe prodotto più vino in occasione della prossima vendemmia, e via dicendo. Ma la sua passione più forte era nata il giorno in cui, in paese, era arrivato il “gratta e vinci”: da quando l’Ignazio aveva scoperto di poter tentare la fortuna semplicemente grattando un cartoncino colorato comprato al bar della piazza, era impazzito di felicità. Aveva iniziato ad acquistare interi rotoli di biglietti e se ne andava in giro per le campagne a grattarli uno per uno: a volte, mi raccontava la Geppina, quando il suocero non rientrava a casa alla sera, uno dei maschi della famiglia doveva uscire a cercarlo nei campi, armato di torcia. Bastava puntare la luce sul terreno e seguire l’inequivocabile traccia lasciata dall’Ignazio, ovvero i cartoncini del gratta e vinci appallottolati e buttati via. Il vecchietto veniva sempre ritrovato seduto sotto un melo o un pero, assorto nei suoi pensieri e sul perché non vincesse mai nulla a quel gioco diabolico.

Un bel giorno, però, la fortuna girò e decise di baciare proprio Ignazio Copponi. L’uomo si trovava seduto vicino alla siepe che, come vi ho detto, separava il suo fondo dal nostro: d’un tratto, grattando un cartoncino dei suoi, vide apparire sotto alla patina d’argento un sole che sorrideva. Era il simbolo del premio da centomila euro! Il vecchietto si pulì gli occhi, controllò meglio e poi, dalla felicità, iniziò a urlare, a cantare e a ballare, dimenandosi come un pazzo in preda al demonio. Poi svenne. Risvegliatosi, ancora in preda all’agitazione, come prima cosa si mise la mano in tasca per ammirare ancora una volta il suo cartoncino magico. Ma non trovò nulla. Probabilmente, durante il ballo scatenato che aveva fatto, il biglietto doveva essergli caduto lì in giro, nei pressi della siepe. L’Ignazio iniziò allora a cercare furiosamente il suo gratta e vinci milionario e, nella foga, fece a pezzi la siepe… peraltro inutilmente, perché quel benedetto cartoncino non venne mai più ritrovato.

La Geppina è ancora oggi convinta che il suocero avesse solo sognato di vincere al gioco mentre dormiva steso sul campo, e che dunque, in realtà, non esistesse alcun cartoncino fortunato. Io non saprei dire, fatto sta che il povero Ignazio trascorse il resto della sua vita, fino alla scomparsa due anni dopo, vagando per le campagne della zona in cerca del suo biglietto della fortuna: era così triste vedere quel povero vecchietto sempre chino sui campi, dall’alba al tramonto!

Ma vi stavo raccontando della siepe: dunque, capirete ora che la siepe, da quel tragico evento, non c’è più, e quindi nulla separa la nostra proprietà da quella della famiglia Copponi. Per rimediare a questo problema, il mio Alceste ha allora pensato di utilizzare, come confine fra noi e loro, un po’ del letame che usiamo per concimare il campo e l’orto dietro casa. Questa idea, però, non è stata molto apprezzata dai vicini, i quali hanno subito tolto il nostro letame dalla striscia di terreno comune. E’ così iniziata la guerra. Ogni notte Alceste, vestito di nero, con un sacco in spalla e con una vanga in mano, va giù sul confine fra i due terreni e versa gli escrementi dei nostri maialini sul campo, stendendoli per bene lungo tutta l’antica lunghezza della siepe. Ogni mattina, all’alba, il marito della Geppina, vestito di nero, con un sacco in spalla e una vanga in mano, va giù sul confine e leva il letame dal terreno. 

Non mi permetto di dire nulla al mio Alceste, perché lui è più istruito di me e sa quello che fa, però io, sulla lotta del letame con i Copponi, la penso un po’ come questo signore qui, quello che ha scritto l’aforisma che ho letto stamattina a colazione: la guerra non è mai buona.

 

11. Chi legge sa molto; chi osserva sa molto di più (Alexandre Dumas figlio).

Il nostro è un tranquillo paesino di campagna, e ha tutto quello che serve alla comunità, ovvero una scuola, alcune farmacie, dei bei negozi, e anche una piccola biblioteca comunale. Sapete, qualche tempo fa avevo anche iniziato a frequentare quel posto così pieno di libri: ne ha talmente tanti che sembra dover scoppiare da un momento all’altro! Pensate che, solo dopo un mese di visite alla biblioteca, ho scoperto quanto sia alta realmente la Gisella, l’addetta ai prestiti dei libri: il fatto è che lei se ne stava sempre dietro alla sua scrivania, e io non avevo mai potuto vedere il suo corpo dal busto in giù. Chi se l’aspettava che fosse praticamente nana e che sedesse sopra a tre volumi dell’Atlante Mondiale, posti, a mo’ di cuscino, sulla sua sedia? Questo per dirvi, appunto, quanto la nostra biblioteca comunale sia stracolma di libri.

La prima volta che mi sono recata lì, devo ammetterlo, non è stato per motivi di istruzione, per farmi una cultura, insomma: no, ero andata quel giorno, era la metà di gennaio, per farmi dare un libro alto un centimetro e mezzo.

“Scusi, signora, ma non ha un titolo da darmi? Un autore? Com’è possibile scegliere un libro da leggere solo in base al suo spessore?”, mi aveva detto la Gisella, una volta sentita la mia richiesta.

Potevo forse dirle che quello era l’esatto spessore del pezzo di zampa che s’era rotto non appena Alceste aveva schiantato il suo posteriore sulla poltrona della pennichella? Capite, a metà gennaio il mio amato sposo è ancora un po’ appesantito dalle passate feste natalizie e a volte, durante quel mese, accadono incidenti di questo tipo in casa. Ad ogni modo, sentendomi molto in imbarazzo, avevo detto alla Gisella che volevo un libro leggero poiché soffro di mal di schiena e non posso portare grandi pesi: lei mi aveva allora dato un piccolo volume e io me n’ero andata. Però poi, una volta a casa, avevo iniziato a ripensare a tutti gli scaffali zeppi di racconti, storie, vicende narrate da persone famose, quelle, ad esempio, delle quali parlano a volte in tivù… e così, d’un tratto, ho preso la decisione. Sarei tornata lì e mi sarei fatta dare un bel libro in prestito dalla Gisella! E così è successo.

Ma, devo ammetterlo, la lettura di quelle pagine non è stata affatto facile: innanzitutto, quel libro parlava della bruttissima esperienza vissuta da un signore russo o giù di lì, il quale, un giorno, si era ritrovato a essere uno scarafaggio. Potete immaginare voi una cosa più orribile di questa? Io penso sempre che mi piacerebbe essere una farfalla, oppure un’aquila, per volare sopra a tutte le case del paese e vedere tutti dall’alto, ma mai e poi mai vorrei diventare uno scarafaggio. Che crudeltà ha dimostrato questo scrittore! Inventare una storia del genere, così mostruosa…  inoltre, questo l’ho scoperto dopo, continuando a leggere, la famiglia di questo sfortunato signore l’aveva oltretutto lasciato solo in quelle sventurate condizioni: nessuno si curava più di lui! Insomma, è o non è una delle infamie peggiori che voi abbiate mai sentito? Per dire, anche Alceste, quando torna dal lavoro alla sera, somiglia di più a un porcello che a un uomo, ma io non mi sono mai sognata di abbandonarlo a sé stesso: anzi, gli sfilo sempre le scarpe dopo che si è buttato sulla sua poltrona (sfondata, come vi dicevo), gli porto un vassoio con la cena, che lui divora con le mani, e infine gli do un tovagliolo per pulirsi la bocca dopo che ha finito di mangiare (cioè dopo aver fatto un potente rutto). Che poi, il mio amore ha il peso di una elefantessa gravida: volete mettere quanto è più facile occuparsi di un insetto come lo scarafaggio? Io, ogni volta che devo portare a letto mio marito che si è addormentato in salone, devo farmi assolutamente aiutare da Bingo e Bongo: loro due tirano Alceste con delle corde legate intorno ai suoi polsi, mentre io gli sollevo le gambe, leggere quanto due prosciutti stagionati.

Insomma, questo libro qui del signore-insetto, mi ha messo molta tristezza; a pensare alla meschinità che c’è nel mondo! E purtroppo neanche i libri che ho preso in prestito dopo di quello mi sono piaciuti granché: uno di questi, ad esempio, parlava di una signora, la moglie di un medico di campagna, che si annoiava sempre e ne faceva di tutti i colori al povero marito… ma, dico io, perché questa signora non si metteva a fare il bucato, a stirare, a spazzolare i suoi cani? Avrebbe occupato le ore senza fare tutte quelle meschinità al povero medico! Prendete, ad esempio, la povera Sissi, la moglie del dottor Felicino: finché è rimasta in vita non si è mai lamentata di nulla con il marito, e non è mai stata male qui da noi in paese, benché lei fosse “un’ altezzosa cittadina”, come diceva la buonanima della mia mamma. La Sissi, infatti, si è dedicata completamente al prossimo durante la sua esistenza, così, pur vivendo in campagna, non si è mai è annoiata,: ricordo che quand’ero bambina la vedevo sempre andare in giro per il paese con dei robusti giovanotti, tutti contadini provenienti da famiglie molto povere. Lei comprava a questi baldi ragazzoni vestiti, scarpe e tutto quello di cui avevano bisogno, e loro, in cambio, la ospitavano sempre, al pomeriggio, nelle loro baracche situate ai margini dei campi arati: rammento anche quello che diceva in proposito la mia povera mamma: “…la signora di certo non va lì a prendere il tè…”.

Ora, io non so dirvi se la Sissi prendesse il caffè o la limonata, al posto del tè, quando si recava dai suoi protetti, ma credo che ciò non abbia molta importanza: lei era una donna buona, generosa e altruista, altro che la bovara del libro!

Ecco, come avrete capito da soli, l’esperienza che ho fatto alla biblioteca comunale non mi è piaciuta molto: anzi, stamattina, leggendo l’aforisma del giorno, ho capito che quello che i miei occhi hanno visto accadere nel corso del tempo vale molto più di mille volumi.

 

12. Non puoi insegnare al granchio a camminare diritto (Aristofane).

Mi sono accorta, cari lettori di questo mio diario di riflessioni, di non avervi parlato molto del posto in cui vivo: sì, vi ho detto che abito in un paesino di campagna, e che la mia casa è una specie di fattoria con tanti animali che vanno e vengono in libertà, però non vi ho mai descritto con precisione la contrada nella quale mi trovo. Rimedierò ora. Dunque, dovete anzitutto sapere che, dalle nostre parti, c’è l’usanza di chiamare le vie, le strade, e i viottoli di campagna con dei nomi da noi inventati. Per capirci, il corso principale del paese, corso Italia, per tutti i paesani è in realtà corso Noè, per via di un episodio accaduto oramai trent’anni fa, ma ricordato ancora da tutti noi e raccontato ai bambini come fosse davvero una storia della Sacra Bibbia.

Era il mese di novembre, un periodo triste e piovoso: l’acqua scendeva senza sosta da giorni e giorni e persino i contadini, che di solito aspettano con ansia la pioggia, erano disperati per lo stato in cui si erano ridotti i campi, i quali sembravano delle vere e proprie paludi melmose.

Ai tempi, abitava in cima al corso principale del paese (che era ed è tuttora una strada in salita che passa davanti alla chiesa del nostro patrono, San Fiffello, e arriva giù fino alla villa comunale) un vecchietto di nome Noè, di mestiere artigiano del legno. Il signor Noè era famoso per i suoi animali: la bottega che aveva ereditato dal padre era infatti piena di cani, gatti, gufi, cavalli, ippopotami, elefanti, galli, maiali e migliaia di altre creature di Dio. Tutte in legno, ovviamente. La cosa strana era che il vecchietto odiava invece gli animali vivi: in paese lo si poteva vedere spesso prendere a calci nel didietro dei poveri cagnolini randagi oppure scacciare con il suo bastone dal pomello lucido gli uccellini che gli volavano intorno in primavera. Nessuno si è mai spiegato il perché di questo comportamento del signor Noé… mah, stramberie degli anziani, dicevano in paese. Ma vi raccontavo della sua casa: il vecchietto viveva in una villetta con giardino posta in cima al corso del paese, in un punto dove, all’epoca, non c’erano più negozi, botteghe, né altre abitazioni, ma solo silenzio. Nessuno, quindi, arrivava mai a piedi sin lassù, per due motivi: 1) non c’era ragione di salire fino a lì, visto che quella parte finale della strada era deserta; 2) il vecchio Noé aveva fama di essere un tantino brusco di modi, e niente affatto cortese con chi gironzolava dalle parti di casa sua.

Dunque, come vi dicevo, quell’autunno ci fu una gran pioggia e il corso del paese si ridusse a un torrente in piena: l’acqua veniva giù a secchiate e, scendendo a valle, aumentava sempre più la sua potenza: si racconta quindi che, un giorno di novembre, i soliti frequentatori del bar del corso, quello posto a valle, all’inizio della salita, vicino ai giardinetti comunali, d’un tratto sentirono degli strani rumori provenire dall’alto, dalla cima, dove si trovava la casa di Noé: si girarono tutti a guardare e videro, allora, qualcosa di veramente pazzesco. Il vecchietto scendeva giù dal corso dentro ad una barchetta di legno colma di sculture di animali, remando furiosamente con due lunghi bastoni (poi identificati nelle zampe di un fenicottero in legno) bestemmiando e urlando frasi incomprensibili su Nostro Signore e sull’umidità. Ecco, da quell’autunno di trenta anni fa, il corso del nostro paese iniziò a essere chiamato da tutti corso Noé.

Ma vi dicevo della mia contrada. Dunque, io abito in località Ciao, detta così a causa di un bisnonno del mio caro Alceste: quell’uomo, infatti, si recava ogni mattina ad arare i suoi campi qui intorno, e alla sera, prima di rientrare a casa, nel centro del paese, si fermava a fare quattro chiacchiere con i contadini della zona. Le sue chiacchiere però, non erano mai quattro, ma diventavano sempre sei, poi otto, poi dieci: insomma, benché ogni tanto, durante la conversazione, questo nostro antenato dicesse a tutti “ciao, ciao, io me ne rientro a casa”, in realtà non si decideva mai ad andarsene. Non si è mai capito il motivo di questo comportamento del bisnonno, anche se, a parere dell’anima pia della mia defunta suocera, per comprendere tutto sarebbe stato sufficiente dare uno sguardo alla moglie di quell’uomo, in particolare ai suoi folti baffi.

Alla contrada Ciao si arriva attraverso un viottolo di campagna che attraversa molti campi: purtroppo questa è una strada molto malandata, piena di sassi e di animali tipo faine che sfrecciano da una parte all’altra della via, provocando spesso incidenti. L’ultimo di questi è avvenuto proprio qualche giorno fa: il povero Peppino, che abita qui dietro, appena tre case dopo di noi, è finito in mezzo a un campo di girasoli per evitare una creatura pelosa della quale non è neanche riuscito a capire bene la natura. 

In realtà, però, la prima parte del sentiero che conduce alla contrada Ciao non è malridotta, anzi, è liscia come una tavola da stiro: è solo da Villa Rita in poi che la strada si fa difficile da percorrere. Dovete infatti sapere che, come mi ha spiegato bene il mio Alceste, Villa Rita è di proprietà dell’assessore comunale Pallettoni, il quale ogni anno si cura di far sistemare la via che porta nella nostra zona, ma solo per il tratto necessario per giungere a casa sua. Così, noialtri che abitiamo dopo, rischiamo di incrociare volpi, porcospini, lepri e conigli, finendo per campi quando torniamo a casa, mentre l’assessore arriva comodamente nella sua proprietà. Che dirvi? Sperare che questi simpatici animaletti, che vivono intorno a noi, imparino a camminare correttamente e ad attraversare la strada solo quando non passa nessuna macchina, mi sembra inutile: lo dice anche il mio libro degli aforismi: il granchio non potrà mai andare diritto! 

Gli ultimi due capitoli del libro sono qui. Puoi anche scaricarlo in .pdf, qui.

 

 


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