Le parole del domani

 

In italiano, considerando anche il passato e il presente, ne abbiamo cinque: oggi, ieri, l’altro ieri, domani, dopodomani. Due giorni della settimana non sono nominabili in questi termini. Ecco cosa raccontava, invece, Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato a Eboli:

“Nell’uguaglianza delle ore, non c’è posto né per la memoria né per la speranza: passato e futuro sono come due stagni morti. Tutto il domani, fino alla fine dei tempi, tendeva a diventare anche per me quel vago «crai» contadino, fatto di vuota pazienza, via dalla storia e dal tempo. Come talvolta il linguaggio inganna, con le sue interne contraddizioni! In questa landa atemporale, il dialetto possiede delle misure del tempo più ricche che quelle di alcuna lingua; di là da quell’immobile, eterno crai, ogni giorno del futuro ha un suo proprio nome. Crai è domani, e sempre; ma il giorno dopo domani è pescrai e il giorno dopo ancora è pescrille; poi viene pescruflo, e poi maruflo e marufIone; ed il settimo giorno è maruflicchio. Ma questa esattezza di termini ha più che altro un valore di ironia. Queste parole non si usano tanto per indicare questo o quel giorno, ma piuttosto tutte insieme come un elenco, e il loro stesso suono è grottesco: sono come una riprova della inutilità di voler distinguere nelle eterne nebbie del crai”.

Se oggi è sabato, pertanto, maruflicchio è il sabato della settimana prossima. Ma non dobbiamo ragionare in termini di settimane: si tratta di vocaboli che, “in questa landa atemporale”, prescindono completamente da tale categoria.

Mentre, come abbiamo detto, noi parlanti italiano standard ne abbiamo cinque, i contadini lucani di Gagliano (Aliano, nella realtà), di queste parole, ne hanno - o avevano (la riflessione citata è ambientata nel 1936) - addirittura sette; e stiamo parlando solo del futuro, perché né il presente né il passato sono stati considerati da Carlo Levi nella scrittura della sua lista.

La retorica fascista del luminoso futuro (e del glorioso passato) non può attecchire tra i contadini di Gagliano; può solo perdersi,  sfumando “nelle eterne nebbie del crai”, dove il futuro è chiamato con troppi nomi e, quindi, non arriva mai.



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