Le identità e l'Italia

Si sente spesso parlare, giustamente, della storia d’Italia come lunga storia di movimenti, di scontri e fusioni di popoli; si sente anche dire che tale storia avrebbe dato luogo a una popolazione culturalmente ibrida. La geografia italiana (come ha scritto bene Umberto Eco in un breve saggio intitolato “Many Italies”) ha però costretto la storia a muoversi in un’altra direzione e a dare, di fatto, un risultato opposto. Ancora oggi, quindi, l’eterogeneità e la solidità delle culture (delle identità comunitarie) italiane non ha eguali in Europa.

Certo, quando si pensa romanticamente all’identità comunitaria in termini di etnia, ossia in termini biologico-culturali, non reggono né l’idea di identità nazionale, né quella di identità locale: nella nostra ormai prolungata storia di interazioni e ibridazioni, non regge niente di tutto questo. Ma si tratta appunto di un modo romantico, quindi obsoleto, di pensare (seppure persistente nell’inconscio culturale collettivo dell’Occidente). In realtà, l’identità è creata non dai geni, ma dalla lingua (in parte) e soprattutto da una visione condivisa delle cose del mondo: quella visione che si tramanda tra le generazioni, che dà forma alle creazioni e ai comportamenti dei singoli, delle famiglie, dei gruppi, della società nel suo insieme e della cui esistenza la comunità stessa è in buona parte autocosciente.

Si pensa che in un’epoca di viaggi, di spostamenti, di comunicazioni, le identità locali non possano sopravvivere. Ma è vero il contrario: esse resistono, si chiudono, accentuano le proprie caratteristiche distintive. La popolazione di Perugia, città fondata dagli Etruschi e sede, appena dagli anni ‘20 del secolo scorso, della più prestigiosa università italiana per stranieri, nonché luogo di svolgimento del celebre festival internazionale Umbria Jazz (divenuto meta del grande pubblico a partire dalla seconda metà degli anni ‘70), ha reagito all’afflusso di stranieri ritraendosi, covando diffidenze, ostilità, rancori, riscoprendo la propria peruginità, rendendola ragione d’orgoglio. Sono gli spostamenti di massa che incrinano, frantumano, ricompongono l’identità locale, mai gli spostamenti individuali.

Si pensa che, in un’epoca politicamente segnata prima dagli stati nazionali e poi dagli organismi sovranazionali, le identità locali debbano piegarsi all’identità collettiva più ampia, più forte, di più armi dotata. Ma le feste, le giostre, le rievocazioni locali, oggi vivissime in tutta Italia perché generalmente riesumate poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, hanno rappresentato una risposta ideologica al nazionalismo di massa propagandato dallo Stato fascista; risposta ideologica che ha trovato un terreno fertilissimo.

Si pensa che, in un’epoca globale, le identità locali non siano altro che nostalgiche illusioni. Ma è proprio lo sradicamento (di individui) minacciato dalla globalizzazione a suggerire alle radici (collettive) di afferrare più forte e più in profondità.

Una società non è un agglomerato, un insieme di individui. Le mescolanze culturali che un singolo porta in sé come eredità familiare o come conseguenza dei suoi viaggi, delle sue esperienze, dei suoi studi e delle sue letture incidono pochissimo sulle comunità, sia quando (ovviamente; e si tratta della maggioranza dei casi) l'individuo si integra nel nuovo ambiente in cui si viene a trovare, accettandone quindi i principi fondamentali, sia quando ne contesta la mentalità e le tradizioni (a meno che non abbia una posizione di influenza - sono casi eccezionali ma di portata straordinaria: Gandhi, ad esempio, portava in sé sia la cultura indiana che quella inglese e ha effettivamente cambiato l'India), sia quando, infine, tale individuo si trova a vivere in una non-comunità, in un mero agglomerato di singoli, come effettivamente sono Copenaghen o Amsterdam o New York o Berlino, luoghi ormai privi di identità e quindi accettanti tutti ma orientanti nessuno.

La persistenza delle identità locali si può spiegare anche pensando all’inconsistenza della versione popolarizzata (banalizzata) della teoria del caos, versione secondo la quale una farfalla che sbatte le ali in Brasile potrebbe causare un tornado nel Texas. In realtà, non è vero che una farfalla che sbatte le ali a Foligno possa causare uno spostamento d’aria a Spoleto. O meglio, non è quasi mai vero (è vero solo in quei casi, rarissimi, in cui le ali della farfalla folignate, sbattendo, modificano il micro-sistema atmosferico folignate. A quel punto, tale modifica a sua volta genera un cambiamento nel micro-sistema spoletano, con tutte le ovvie conseguenze sui refoli spoletani). L'interazione veramente in opera è quella tra sistemi, non quella tra elementi singoli di sistemi distinti; e una comunità assomiglia molto di più a un sistema che a un insieme.

Lo ripeto: una comunità altera la propria cultura e quindi la propria natura per effetto di movimenti, o di azioni a distanza, di altre comunità, non per effetto dei movimenti e delle azioni individuali. Il fatto che l'Italia (ripeto anche questo) abbia una storia di migrazioni, invasioni e rimescolamenti non toglie nulla alla geografia italiana - la quale favorisce l'isolamento e la creazione di piccoli mondi separati - e al fatto che 150 anni di unità senza invasioni o grandi interferenze da parte di altri popoli sul nostro territorio (fatte salve quelle generate dalle due guerre mondiali e dalla guerra fredda) sono stati certamente sufficienti a comporre o a ricomporre forti identità locali (proprio grazie al fatto che l’identità comunitaria ha poco o nulla a che vedere con la biologia).

L’Italia è, dunque, un Paese di forti identità. Non vi è in essa un’identità sola, ma moltissime locali; il senso di appartenenza a una comunità unica, nazionale, è limitato – in primo luogo - a tutte quelle persone (mi ci metto anch’io) che, attraverso differenti percorsi, sono state portate dalla nostra cultura umanistica a subire il fascino, diretto o indiretto, di quegli ideali e di quell’orgoglio patriottico/culturale promossi ad esempio dal Machiavelli (prima) e dal Manzoni (poi); in secondo luogo, esso è diffuso tra gli strati socialmente più svantaggiati, amanti e vittime della televisione, unico loro legame con il macrocosmo sociale dal quale sono quotidianamente, nella pratica, tagliati fuori, nonché unico vero fattore unificante di massa, per ora, nonostante la rete.

Per avviarci alla conclusione: in Italia esistono centinaia di comunità locali, ma esse non formano un sistema culturale unitario, una comunità nazionale coesa. Le diverse culture e identità non si relazionano che occasionalmente, non si influenzano che raramente – sono granitiche, si autocelebrano, sono chiuse quasi ermeticamente. A formare una comunità nazionale sono, invece, singoli individui (in genere, però, a distanza); ed essi si fanno Italiani (di nuovo, mi ci metto anch’io) quando sono persone che da tali identità locali prescindono, o perché se ne sono distaccate mediante lo studio, i viaggi, la riflessione, o perché vivono in non-comunità, agglomerati umani quasi del tutto privi di radici locali, o - infine - perché sono sempre state troppo emarginate e umiliate per potere sviluppare un senso di appartenenza diverso da quello, cosiddetto nazionalpopolare, generato dalla televisione.

Non c’è dubbio, ai miei occhi, che se le diverse identità locali italiane potessero, per via di qualche magica mutazione, divenire capaci di unire le loro differenti qualità in un progetto comune di rinascita, l’Italia potrebbe riuscire, almeno per un breve periodo storico, a essere un Paese veramente civile – anzi, ancor di più: un Paese meraviglioso.

 

(scritto da Alberto Cassone, www.italianalingua.it)


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