Una questione di lingua - o di linguaggio: genere e sesso

Perché il tavolo è maschile e la tavola femminile? C’è forse una discriminazione in atto, considerando che un tavolo non è altro che una tavola progredita nel rango, ascesa a una condizione e a una funzione superiore?

A parte gli scherzi: perché l’anatra è femminile, così come l’orca? E il criceto, il castoro, perché son maschili anche quando non son maschi?

Tutti questi sostantivi non sono di sesso maschile – maschili sono, sì, ma di genere. Quando non si parla più degli altri animali, ma di noi esseri umani, tendiamo però a dimenticarci questa fondamentale distinzione – anche perché, del tutto legittimamente, desideriamo essere precisi.

La questione dei nomi indicanti professioni si offre al linguisticamente corretto ma, allo stesso tempo, ne mostra i gravi limiti: possiamo incitare all’uso di ministra e di avvocata, due termini dal punto di vista etimologico correttissimi, ma lo scoglio del plurale è invalicabile: il consiglio è dei ministri, indipendentemente da quanti maschi e quante femmine ne facciano parte; idem per l’ordine degli avvocati. Certo, nulla vieta che si provveda a rinominarli: il consiglio delle ministre, a prescindere da quanti maschi ne facciano parte; l’ordine delle avvocate. Ma la discriminazione, rovesciata, resterebbe.

La lingua italiana di oggi, pertanto, non consente soluzioni – naturalmente, essa potrebbe sviluppare nei prossimi secoli un terzo genere, il professionale – ma questo dipende poco da noi. Al limite, dipenderebbe dalle prese di posizione di uno o più linguisti autorevoli e culturamente influenti, ma il buon vecchio Umberto non è più tra noi (e in ogni caso non ha mai dato prova di interessarsi concretamente di politiche linguistiche) e per ora non si notano personaggi che riescano a coniugare genialità linguistica e prestigio culturale.

Tale futuro terzo genere dovrebbe applicarsi non solo ai sostantivi, naturalmente: altrimenti ci ritroveremmo nei guai come gli anglofoni, che nello scrivere – con perfetta linguistica correttezza – i pronomi doppi sbarrati he/she, his/hers operano comunque una discriminazione maschilista, anteponendo il maschile al femminile nella sequenza.

Molte professioni consistono in funzioni: nei casi in cui tali funzioni sono state create da degli uomini per essere svolte da degli uomini, non dovremmo meravigliarci troppo del fatto che le loro denominazioni resistano, linguisticamente parlando ovviamente, al cambiamento sociale. Questa è la vera ragione – e non la cattiveria dei maschilisti, che pure esiste, eccome – per cui “la maggiordoma” suona male anche quando maschilisti non si è (si tratterebbe sì di un termine etimologicamente scorretto, ma non essendo tale scorrettezza percepibile dalla maggior parte delle persone a cui la parola suonerebbe male, essa non è rilevante ai fini di questo discorso). Prova ne è il fatto che, se le funzioni sono state pensate per delle donne, volgerle al maschile suona altrettando buffo: il governante – a parte il suo avere già un significato differente – non suonerebbe bene se applicato a un uomo che svolgesse le tradizionali funzioni della governante. Per non parlare delle locuzioni “uomo di servizio”, “uomo delle pulizie” e via dicendo (le locuzioni politicamente corrette “collaboratore/collaboratrice familiare” non fanno testo e non dureranno, essendo semanticamente insoddisfacenti perché troppo vaghe; la loro abbreviazione - riferita solo alla collaboratrice e non al collaboratore -, colf, invece, funziona e può durare: e come ci suona, se le diamo l’articolo maschile, dicendo “il colf”?).

Non c’è, in ultima analisi, una gran differenza tra dire, parlando di una donna, la ministra oppure il ministro: vanno entrambe bene (per ora, e visto che ancora non è giunto tra noi il mitico genere professionale; speriamo però in un futuro migliore). Una gran differenza c’è, invece, se il governo è formato da soli uomini, o da una loro schiacciante maggioranza.

Preoccuparci in primo luogo delle funzioni pubbliche tradisce un femminismo appiattito sulla narrazione maschile della società e della storia. Premettendo che in tutto quanto segue mi riferisco esclusivamente ai cittadini di Paesi occidentali, devo dire che noi maschietti siamo degli ingenui se crediamo che – soltanto perché noi non ne abbiamo mai sentito parlare - non esista alcuna narrazione femminile (non “femminista”: intendo proprio “femminile”) del mondo e che, nel conquistarsi la parità professionale attraverso le loro sacrosante lotte, le donne ci faranno dono, senza alcuno sforzo da parte nostra, della parità domestica.

Recentemente ho ricevuto dalla ASL di Foligno un modulo che, nel chiedere diverse informazioni su mia figlia (2 anni e 3 mesi di età), poneva tra le altre la seguente questione, nei seguenti termini: “con chi passa più tempo la bambina? (seguono quattro caselle da sbarrare) La mamma, l’asilo, la babysitter o la nonna?”. Ora, considerando che all’asilo, in genere, lavorano solo donne e che la babysitter e la nonna sono di solito persone di sesso femminile, mi son chiesto: e noi maschi, cosa siamo quindi, secondo l’ASL di Foligno? Donatori? Si dà il caso che in quel periodo la persona che passava più tempo con la bimba fossi io, pertanto ho dovuto aggiungere a penna una quinta casella.

Concludo mettendo da parte gli aneddoti personali e tornando alla lingua (o al linguaggio?) e agli scherzi: se un giorno, in un futuro/passato di improbabile realizzazione, esisteranno uomini che desidereranno svolgere il lavoro eseguito dalla mitica Perpetua del Manzoni, potranno legittimamente richiedere ai datori di lavoro il titolo di “perpetuo”; ma non dovranno rimanerci troppo male se si vedranno costretti a conservare – nell’attesa dell’avvento del terzo genere - quello di “perpetua”.

Difficile, comunque, parlare dell’avvenire. L’unica cosa di cui riesco a dirmi (quasi) certo è che, in qualunque strano incubo futuro/passato ci dovessimo un giorno ritrovare, un balio non sarà mai tanto richiesto, in famiglia, quanto una balia.

(Alberto Cassone, www.italianalingua.it)


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