La lingua e le regole: intuizione e riflessione, parlato e scritto

Le discussioni fra chi sostiene che, per apprendere una lingua, bisogna impararne consapevolmente le regole e chi, al contrario, ritiene che le regole siano già insite nella lingua e che, pertanto, sia sufficiente praticarne l’uso, nascono da un equivoco.

Infatti, le regole che permettono a una lingua di funzionare sono state create dalle persone appartenenti alla relativa comunità linguistica nel corso di secoli o millenni (non esiste nessuna grammatica innata, neurologicamente fondata[1]), agendo su due diversi livelli, il primo intuitivo: i parlanti regolano, armonizzano, sistematizzano la loro produzione orale, molto gradualmente e quasi inconsapevolmente, per raggiungere i loro fini comunicativi ed espressivi; il secondo consapevole: gli scriventi, per migliorarne l’armonia, l’efficacia e la sistematicità, riflettono sulla lingua, trovano soluzioni, scelgono una possibilità, ne scartano un’altra, ne creano una nuova.

Il piano consapevole è perciò dominio privilegiato, seppur non esclusivo, della lingua scritta e può arrivare fino alla creazione di grammatiche, ossia di liste o sistemi di consigli, raccomandazioni e regole; le grammatiche (nell’immagine, il trattato grammaticale forse più importante nella storia della lingua italiana: Le prose della volgar lingua di Pietro Bembo. Sulla storia della lingua italiana, puoi guardare anche questo divertente e istruttivo video) rappresentano uno strumento delicato, essendo da un lato il punto più maturo che la riflessione sulla lingua possa raggiungere, dall’altro un pericolo per la futura evoluzione naturale della lingua stessa.

Il piano intuitivo, relativo soprattutto alla lingua parlata, vede all’opera diversi gradi di consapevolezza: l’armonizzazione e il miglioramento espressivo di una lingua possono progredire, nell’uso dei parlanti, sia grazie a quelle scelte fonetiche, lessicali e morfosintattiche istintive compiute da singoli le quali, pur venendo recepite dalla collettività, non emergono immediatamente alla coscienza di alcun suo membro, sia grazie a scelte più riflesse, che implicano una più o meno alta dose di consapevolezza e che possono, a volte, funzionare da ponte con il piano cosciente della lingua scritta (quando una lingua scritta esiste).

Questa evoluzione intuitiva della lingua è intelligente, ma di un’intelligenza differente da quella in opera nella riflessione consapevole; pertanto, perché una lingua sia valorizzata fino a esprimere in pieno tutte le sue potenzialità, è necessario conservare un equilibrio tra i due piani, evitando che l’uno prenda il sopravvento sull’altro.



[1] Tale audace teoria, un tempo celebre assieme al suo creatore Noam Chomsky, è oggi giustamente screditata.


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