La letteratura italiana contemporanea

"La divina commedia" e "I promessi sposi". Boccaccio, Petrarca, Ariosto, Leopardi, Foscolo, Alfieri. Tutti conosciamo questi titoli e autori e, correttamente, li classifichiamo - sia mentalmente che pubblicamente - come esempi ed esponenti della "letteratura italiana".

Il fatto che l'Italia, ai loro tempi - pur esistendo già come ovvia realtà geografica e come comunità linguistica e culturale d’élite - non fosse una realtà né politica né sociale, non ci frena nella nostra classificazione - ed è giusto che sia così.

Nonostante ciò, può essere interessante chiedersi se la letteratura italiana contemporanea sia elemento, espressione e coscienza di una società giovane e critica, in trasformazione, alla ricerca di orientamento e carica di passione o se, al contrario, non sia che il proseguimento di una tradizione antica, ben consolidata.

Per quanto tali questioni non possano evitare di semplificare una realtà sempre complessa e sfaccettata, possiamo provare a porre l'attenzione sulla portata umana e sociale dell'unificazione politica d'Italia e sull’aspetto "letterario" di questo cambiamento epocale.

Quando leggiamo autori come Beppe Fenoglio, Ignazio Silone, Carlo Levi, Emilio Lussu, Luigi Malerba, Dino Buzzati, Cesare Pavese, Vasco Pratolini, lo stile o i temi o entrambe le cose insieme non possono che segnalarci una rottura della continuità. L'Unità ci ha cambiato le vite, letteratura inclusa. Senza Unità non avremmo vissuto le due guerre mondiali come le abbiamo vissute, non avremmo avuto nessun Fascismo, nessuna Resistenza, nessuna Costituzione repubblicana, nessun boom economico, nessuna Tangentopoli, nessun Tommaso Buscetta e nessun Giovanni Falcone. 

Quando leggiamo autori italiani contemporanei, avvertiamo una freschezza di temi e di sguardo, una freschezza che – nelle occasioni in cui l’attenzione dello scrittore è concentrata sull'Italia stessa, sulle sue città e paesi e campagne, sulle sue storie grandi e piccole, sui suoi mondi – si ritrova ad abbracciare una realtà tutt'altro che "fresca", fatta di abitudini, concezioni e scelte di vita radicate nei secoli, attraversate dall'oppressione, dall'ignoranza, dagli sforzi e da quelle sofferenze che non si possono dimenticare.

Quando Lussu ci racconta, con la sua voce giovane, semplice e disincantata, delle idiozie e delle vigliaccherie della Grande Guerra; quando Carlo Levi e Ignazio Silone ci affondano, l’uno con classe infinita e l'altro con franchezza disarmante, nella meschinità e nell'analfabetismo umano degli antichi paesini di campagna e montagna; quando con piglio leggero e moderno Fenoglio ci mostra i travagli interiori e Pratolini le tragicommedie sociali degli Italiani; quando i drammi dell'io e della gente sono oggetto dello sguardo deformante e divertito di Buzzati; allora, la forte impressione che ci rimane è quella di un cuore giovane che lotta con un cuore vecchio, che vorrebbe guardare altrove e agire altrove ma ancora non può, che non sa se lui stesso sia ancora giovane o se giovane lo sia mai stato - e che non sa di essere nuovo, diverso, unico e prezioso.

 


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