Italiani corrotti e incivili: verità o leggenda?

 

 

Sorto in Europa del Nord all'epoca della nascita della chiesa protestante, lo stereotipo dell'"Italiano corrotto" conosce nella storia successiva momenti di grande fioritura, alternati a rari momenti di oblio.

Simile a quello dell'"ebreo aguzzino", il pregiudizio ha radici nella mentalità etnocentrica della classe elevata europea dominante (con l'eccezione dei potenti Italiani, naturalmente) nell'epoca rinascimentale, moderna e contemporanea - ossia, nel modo di pensare dei ricchi e potenti d'Inghilterra, di Francia, di Austria/Germania. Stati che, assieme alla Spagna, hanno per molti secoli deciso i destini della gente italiana (e dalla cui mano invadente non siamo, ancora oggi e per nostra colpa, riusciti del tutto a liberarci). 

 

Durante l'epoca del Rinascimento e della Riforma protestante, l'oggettiva corruzione della sede cattolica romana (dove, del resto, non comandavano solo gli Italiani - basti pensare allo spagnolo Papa Alessandro VI, forse il simbolo universale dell'immoralità umana) divenne naturale bersaglio di durissime critiche, mentre un'ambientazione "italiana" ricostruita in questo stesso spirito fu soggetto di opere teatrali molto popolari, come ad esempio quelle di William Shakespeare in Inghilterra.

Fu pertanto in questi luoghi, tempi e modi che ebbe origine il cliché.

In Francia, a quell'epoca, gli Italiani erano stranamente visti come "usurai" (così come oggi, in Irlanda, siamo da molti considerati - idea altrettanto comica ma più innocua - degli ottimi venditori di Fish & Chips). Generalmente, nella visione diffusa nei Paesi del Nord Europa, gli italiani ricchi e potenti erano dei "machiavellici" e dei "dissimulatori", mentre i poveri non erano che "bestie". 

Era Firenze, nel bene e nel male, la città italiana maggiormente al centro dell'attenzione: il cinismo politico strumentale di Machiavelli, volto all'ideale della liberazione dell'Italia dagli stranieri, più a Settentrione fu frainteso e interpretato come sintomo di corruzione morale e di assenza di ideali. La famiglia Medici, dopo aver contribuito a rendere immortale la propria città, divenne famosa per il suo autoritarismo e la sua abilità nell'avvelenamento degli avversari (in questo, simile alla famiglia Borgia). L'etica eroica del frate emiliano Girolamo Savonarola, più tardi quella del filosofo campano Giordano Bruno, da questo punto di vista passarono del tutto inosservate.

La "fiacchezza morale" degli Italiani era, a quei tempi e in quei luoghi, quasi un dato acquisito; per comprendere meglio quale acume di giudizio sottostesse a una tale concezione, immaginiamo oggi di prendere l'alcolismo, fenomeno alquanto diffuso tra i popoli nordeuropei, come prova certa di fiacchezza morale. Salman Rushdie, nel suo "L'incantatrice di Firenze", descrive meravigliosamente l'atmosfera disinibita, sessualmente e intellettualmente liberata, densa di feste, droghe, trasgressioni e splendide creazioni che regnava a Firenze ai tempi del Machiavelli.

Chiunque viva in Italia al tempo d'oggi stenta a crederci; ma la vita fiorentina era realmente così, come la racconta Rushdie. Forse si trattava, veramente, di "fiacchezza morale"; certamente era tale secondo Girolamo Savonarola. Ma le feste e le licenziosità si sono oggi trasferite, in massa, oltre il confine e ancora più a Nord.

Durante l'epoca barocca e romantica, il cliché è quello della "decadenza italiana". Le descrizioni dell'Italia, riportate dai ricchi viaggiatori inglesi del Grand Tour e da scrittori europei come Forster, Byron, Dickens, Goethe, Hesse, Balzac, Shelley, Stendhal, Proust, nonché romanzate da autori popolari come Walpole e Radcliffe, finiscono per sovrapporsi, nell'immaginario collettivo nordeuropeo, a una realtà italiana molto più complessa e interessante; i luoghi comuni della popolazione italiana "animalesca" e "degenerata" prendono così nuovo vigore, grazie anche ai viaggiatori che visitano le misere campagne italiane (ricordiamo come il territorio dell'Italia sia uno dei più duri da coltivare) come se fossero allo zoo. 

Nei tempi moderni, il popolo che oltre 150 anni fa è riuscito, tra ideali, debolezze e abile diplomazia, a costruire la sua indipendenza in un momento in cui sembrava impossibile (afflitto com'era da diverse dominazioni straniere) è stato ed è ancora chiamato, anche da molti Italiani, il "Paese senza rivoluzioni". 

L’emigrazione di massa per povertà, successiva all’unità d’Italia, non contribuì - nei Paesi che ci ricevevano (in Europa fu soprattutto la Francia) - a migliorare la loro percezione dell’Italiano.

Nella storia più recente, i commenti ironici sulle capacità militari italiane espressi da Winston Churchill e da Helmut Schmidt; in quella recentissima, le sciocche ironie del settimanale "Der Spiegel" sui "comandanti italiani" e del politico Martin Schultz sui "premier italiani", l'uniforme interpretazione collettiva europea dell'assurda vicenda, italiana, che ha visto svergognato protagonista Silvio Berlusconi (il sospetto ruolo politico delle potenze europee nella perdita del potere da parte di quest'ultimo non rientra in questa trattazione): non sono che alcuni esempi della persistenza di vecchi pregiudizi e della loro capacità di illudere le menti che li ospitano, spacciandovisi come "idee personali" fondate sull'esperienza e sul buon senso.

Uno dei motivi per cui Mussolini, ahimè, scelse di portare gli Italiani in una guerra orrenda - partorita dai Tedeschi con la corresponsabilità (non molti lo sanno, ma anche qui andremmo del tutto fuori tema) dei Sovietici - era la sua stolta certezza che gli Italiani stessi avessero proprio bisogno di "una bella raddrizzata" (forse non rifletteva su quanto più dritta della sua fosse la schiena dei poveri contadini italiani, piegata forse - letteralmente - dal durissimo lavoro quotidiano ma non certo - metaforicamente - come simbolo di dignità). Paradossale è la Storia: un internazionalista convinto, un anti-Italiano di ferro, diventerà il Duce, il più amato dal suo popolo. Ma alla fine i conti tornano sempre e il suo popolo lo abbandonerà.

Negli spensierati e crudeli anni '80 di Reagan e della Thatcher un eroe italiano, il magistrato Giovanni Falcone, a prezzo della sua vita e di quella dei suoi altrettando eroici colleghi, mise sotto processo centinaia di mafiosi, addirittura dimostrando l'esistenza stessa della mafia siciliana ("Cosa nostra"); ma lo stereotipo dell'Italiano mafioso non si attenuò, restando anzi un sicuro mezzo di guadagno per il cinema di Hollywood.

Sempre negli anni '80, quei tempi apparentemente facili, per qualcuno durissimi, la "Dottrina Mitterand" di un illuminato presidente francese, basandosi sul postulato che "la giustizia italiana non è affidabile" permise a numerosi terroristi rossi italiani, condannati per omicidio, di rifarsi in tutto agio una vita in Francia.

Qualunque Italiano abbia vissuto nel Nord Europa durante un qualunque periodo in cui al governo si trovasse Silvio Berlusconi è stato costretto a rispondere, non appena rotto il ghiaccio con i locali, alla paternalistica domanda: "com'è possibile che lo abbiate votato"? Domanda posta con calma, in ufficio, da quelle stesse persone che, nelle notti del fine settimana, il medesimo Italiano poteva incontrare in giro per le strade della città, troppo ubriache per essere nuovamente così maleducate.

Il filone letterario e cinematografico basato sull'oscura corruzione italiana continua, ancora oggi, a generare prodotti di grande successo: ad esempio, poco tempo fa mi sono imbattuto, nella libreria Feltrinelli di Perugia, nel promettente titolo "The Dark Heart of Italy", bestseller di Tobias Jones, del 2003. Lo ammetto: non l'ho comprato.

La serie tv americana The Sopranos, trasmessa dal 1999 al 2007 e dedicata alla mafia italoamericana (descritta in maniera molto cinematografica e poco realistica) ha avuto un successo enorme - ma non in Italia. 

L'Italia ha visto emergere, dalla fine degli anni '80 fino a oggi, tutta la corruzione politica e morale che l'aveva afflitta nei 40 anni precedenti, in particolare a partire dagli anni '60. Un'immoralità sconfinata è venuta allo scoperto; essa non riguardava solo alcuni gruppi politici ma tutti i gruppi politici più importanti; ancora più significativamente, essa non riguardava solo i politici, ma anche i cittadini, praticamente tutti i cittadini italiani. Leggi qui alcuni approfondimenti sugli Italiani che hanno combattuto la corruzione: Storie italiane

Questa scoperta è stata resa possibile dall'estrema conflittualità delle forze politiche e sociali, sviluppatasi a partire dai processi contro la corruzione economica (prima metà degli anni '90). La speranza è che "la mezzanotte sia passata" e che questa sconvolgente, deprimente presa di coscienza ci induca a ritrovare la moralità perduta. La paura del ritorno del Fascismo non può continuare a inibire, come ha fatto fino a oggi, ogni tentativo di scegliere modelli di comportamento.

Altri Paesi europei, assolutamente distanti dalla conflittualità politica e sociale italiana, non hanno svelato i loro eventuali scheletri nell'armadio. Ci auguriamo per loro che non ci siano, in realtà, scheletri nei loro armadi; se invece ci fossero, le loro lezioni di morale suonerebbero, all'improvviso, decisamente ipocrite.

 

Per questo personale, brevissimo e sommario excursus nella dis-percezione europea dell'Italia, mi sono appoggiato in particolare a:

Italia: vita e avventure di un’idea di Francesco Bruni;

I segreti d'Italia di Corrado Augias.

Altre letture rilevanti: "L'incantatrice di Firenze" di Salman Rushdie, diversi articoli e libri di Roberto Saviano, Giampaolo Pansa, Vittorio Zucconi, Giovanni Falcone, Renzo de Felice, Aldo Cazzullo, Giovannino Guareschi, Ignazio Silone, Alexandre Dumas padre, William Shakespeare, Henry James, Umberto Eco, Beppe Severgnini, Giovanni Sartori, Niccolò Machiavelli, Francesco Guicciardini, Alessandro Manzoni...

Se non siete d'accordo, in parte o per nulla, scrivetemi a: cassonealberto@gmail.com


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