Il Professor Grammaticus

Il Professor Grammaticus, personaggio creato dallo scrittore Gianni Rodari, è una persona molto seria. Vive per la grammatica e non ammette errori. In realtà, sotto sotto, è un vero appassionato della lingua italiana e - anche se sembra veramente un fanatico - è capace di dimostrare un grande cuore e una grande sensibilità. Ma solo in casi estremi, naturalmente!

Gianni Rodari (leggi di più su di lui, su wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Gianni_Rodari  o sul sito della Treccani: http://www.treccani.it/enciclopedia/gianni-rodari/) lo ha reso protagonista di molti suoi racconti - spesso veramente divertenti e commoventi. 

Ne pubblichiamo alcuni estratti a seguire, con i dovuti riferimenti bibliografici. Buona lettura!

1)

Essere e avere – Gianni Rodari, “Il libro degli errori”, 1964, Einaudi, Torino.

 

Il professor Grammaticus, viaggiando in treno, ascoltava la conversazione dei suoi compagni di scompartimento. Erano operai meridionali, emigrati all’estero in cerca di lavoro: erano tornati in Italia per le elezioni, poi avevano ripreso la strada del loro esilio.

- Io ho andato in Germania nel 1958, – diceva uno di loro.

- Io ho andato prima in Belgio, nelle miniere di carbone. Ma era una vita troppo dura.

Per un poco il professor Grammaticus li stette ad ascoltare in silenzio. A guardarlo bene, però, pareva una pentola in ebollizione. Finalmente il coperchio saltò, e il professor Grammaticus esclamò, guardando severamente i suoi compagni:

- Ho andato! Ho andato! Ecco di nuovo il benedetto vizio di tanti italiani del Sud di usare il verbo avere al posto del verbo essere. Non vi hanno insegnato a scuola che si dice: “sono andato”?

Gli emigranti tacquero, pieni di rispetto per quel signore tanto perbene, con i capelli bianchi che gli uscivano di sotto il cappello nero.

- Il verbo andare, – continuò il professor Grammaticus, – è un verbo intransitivo, e come tale vuole l’ausiliare essere.

Gli emigranti sospirarono. Poi uno di loro tossì per farsi coraggio e disse:

- Sarà come lei dice, signore. Lei deve aver studiato molto. Io ho fatto la seconda elementare, ma già allora dovevo guardare più alle pecore che ai libri. Il verbo andare sarà anche quella cosa che dice lei.

- Un verbo intransitivo.

- Ecco, sarà un verbo intransitivo, una cosa importantissima, non discuto. Ma a me sembra un verbo triste, molto triste. Andare a cercar lavoro in casa d’altri… Lasciare la famiglia, i bambini.

Il professor Grammaticus cominciò a balbettare.

- Certo… Veramente… Insomma, però… Comunque si dice sono andato, non ho andato. Ci vuole il verbo “essere”: io sono, tu sei, egli è …

Eh, – disse l’emigrante, sorridendo con gentilezza, – io sono, noi siamo! … Lo sa dove siamo noi, con tutto il verbo essere e con tutto il cuore? Siamo sempre al paese, anche se abbiamo andato in Germania e in Francia. Siamo sempre là, è là che vorremmo restare, e avere belle fabbriche per lavorare, e belle case per abitare.

E guardava il professor Grammaticus con i suoi occhi buoni e puliti. E il professor Grammaticus aveva una gran voglia di darsi dei pugni in testa. E intanto borbottava tra sé: – Stupido! Stupido che non sono altro. Vado a cercare gli errori nei verbi … Ma gli errori più grossi sono nelle cose!

2) 

Italia piccola – Gianni Rodari, “Il libro degli errori”, 1964, Einaudi, Torino.

Una sera il professor Grammaticus correggeva i compiti dei suoi scolari. La domestica gli stava vicino e lavorava ininterrottamente a far la punta alle matite rosse, perché il professore ne consumava moltissime.
A un certo punto Grammaticus dette un grido altissimo e balzò in piedi con le mani nei capelli gridando:
-Bollati! Bollati!
-Che cosa ha fatto ancora il signorino Bollati? – domandò la domestica. Essa ormai conosceva tutti gli allievi per nome e cognome, sapeva quali fossero gli errori preferiti di ciascuno, e non ignorava che gli errori di Bollati erano sempre terribili.
– Ha scritto “italia” con la lettera minuscola. Ah! Ma questa volta lo denuncio ai carabinieri. Posso perdonare tutto a tutti, ma non una simile mancanza di rispetto per il proprio paese.
– Già- disse la domestica con un sospiro.
– Che cosa vorresti insinuare con quel “già”?
– Signor professore, una povera domestica come me, cosa vuole che sappia insinuare. È già tanto se so temperare le matite.
– Però hai sospirato.
– Da un certo punto di vista sì. A guardar bene …
– Sicuro! – urlò il professore. – Ora starò qui a guardare questa minuscola, e a forza di guardarla diventerà maiuscola da sola. Dammi quella matita, ci voglio fare tre fregacci rossi di quelli storici.
– Dicevo, – riprese con pazienza la domestica,- che forse il signorino Bollati ha voluto alludere …
– Sentiamo, sentiamo. Siamo alle allusioni, adesso. Presto saremo alle lettere anonime.
     A questo punto la domestica, che aveva il suo orgoglio, si alzò, si scosse dal grembiale il truciolini della matita e disse:
- Lei non ha bisogno del mio parere. Buonasera.
- No, aspetta, parla. Sono tutt’orecchi. Ma parla, di’ chiaramente il tuo pensiero.
- Insomma, non si offenda. Forse che non c’è un’Italia piccola, minore, dimenticata da tutti? Certi paesini dove non c’è il dottore, non arriva il telefono … Certe stradine dove possono passare solamente i muli … Certe povere case dove bambini, galline e porcellini dormono tutti insieme per terra …
- Ma che cosa vai dicendo?
-Mi lasci finire. Io dico che c’è, quest’Italia minuscola: quella dei vecchi a cui nessuno pensa, dei ragazzi che vorrebbero studiare ma non possono, dei villaggi dove sono rimaste solo le donne perché gli uomini sono emigrati tutti …
Il professore, stavolta, ascoltava in silenzio.
- Ecco, forse il signorino Bollati pensava a queste cose, a questa gente, e non se l’è sentita di dare la maiuscola a …
- Ma è proprio questo l’errore! – sbottò Grammaticus – C’è, c’è ancora questa italia piccola, ma io trovo che sarebbe ora finalmente di dare la maiuscola anche a lei.
La domestica sorrise:
- E allora faccia così: ci metta la maiuscola. Ma non ci faccia i tre fregacci. Apprezzi le buone intenzioni del signorino Bollati.
- Chissà poi se le aveva, queste buone intenzioni …
La domestica tornò a sedersi, sorridendo. Era sicura ormai di aver salvato un bravo ragazzo da un brutto voto e, chissà, dagli scapaccioni di un babbo nervoso. E riprese tranquillamente a far la punta alle matite.

3) 

La riforma della grammatica – Gianni Rodari, “Il libro degli errori”, 1964, Einaudi, Torino.

Il professor Grammaticus, un giorno, decise di riformare la grammatica.

– Basta, – egli diceva, – con tutte queste complicazioni. Per esempio, gli aggettivi, che bisogno c’è di distinguerli in tante categorie? Facciamo due categorie sole: gli aggettivi simpatici e gli aggettivi antipatici. Aggettivi simpatici: buono, allegro, generoso, sincero, coraggioso. Aggettivi antipatici: avaro, prepotente, bugiardo, sleale, e via discorrendo. Non vi sembra più giusto?

La domestica che era stata ad ascoltarlo rispose: – Giustissimo.

– Prendiamo i verbi, – continuò il professor Grammaticus. – Secondo me essi non si dividono affatto in tre coniugazioni, ma soltanto in due. Ci sono i verbi da coniugare e quelli da lasciar stare, come ad esempio: mentire, ammazzare, arricchirsi alle spalle del prossimo. Ho ragione sì o no?

– Parole d’oro, – disse la domestica.

E se tutti fossero stati del parere di quella buona donna la riforma si sarebbe potuta fare in dieci minuti.

 

 

 

 

 


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