Il Fascismo, gli Italiani, il Cervello

 

Si sostiene spesso che il Ventennio abbia rivelato il “vero carattere degli Italiani”, i quali, tutt’oggi, sarebbero – sotto sotto – dei fascisti.

Sul tema, a dire il vero, si è scritto tutto e il contrario di tutto; ma quel che si è scritto per svelare l’animo profondamente, irrimediabilmente fascista degli Italiani è stato scritto da ignoranti.

I capolavori della letteratura italiana moderna e contemporanea (per “letteratura italiana” intendiamo, qui, quella che inizia con l’Unità – si veda il relativo articolo) ci raccontano, invariabilmente, di una popolazione delle campagne e dei piccoli paesi aliena dalla retorica, diffidente rispetto alla propaganda, restia alla formazione di gerarchie, insofferente alla disciplina, quasi totalmente priva di orgoglio patriottico, ostile al militarismo, all’autorevolezza e all’autorità; capace, sì, di indossare la maschera del servilismo, ma sempre per ripararsi dall’abuso del potere.

Questo per quanto riguarda il popolo; e i cittadini, e la borghesia?

L’idea della “classe media fascista” è in effetti un’invenzione, che si traveste da verità indossando i panni dell’alleanza storica (di convenienza, ma mai ideologica: il fascismo è stato antiborghese, antiliberale, antiparlamentare, anticapitalista. Mussolini non era di famiglia borghese, gli squadristi e le loro squadracce non erano in alcun modo espressione della classe media) tra il fascismo e i grandi proprietari terrieri, tra il fascismo e gli industriali, insomma tra il fascismo e l’alta borghesia.

Delle due, l’una: o i grandi scrittori italiani non sono stati in grado di raccontare correttamente la realtà, oppure alcuni storici, analisti e opinionisti sono in malafede.

Il fascismo è stato un’eccezione. Gli Italiani hanno molti gravi difetti; durante questa apparentemente interminabile crisi di identità che li affligge ormai da decenni, sono venuti tutti a galla. Ma, ed è sotto gli occhi di tutti, il troppo amore per l’ordine, l’istinto per la disciplina, l’ammirazione per lo Stato centrale, il rispetto verso la gerarchia e la deferenza verso l’autorità non sono tra i difetti affiorati in superficie.

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L’inglese Thomas Hobbes (1588 – 1679), tra i più importanti teorici dell’assolutismo, per illustrare la sua concezione dello Stato inventò la celebre immagine – metafora del Leviatano: si tratta di un essere fantastico la cui natura è individuale e collettiva allo stesso tempo. Nel Leviatano, il governo è la mente, altrimenti detta “anima”, mentre gli organi sono… leggiamolo direttamente dalla penna dell’autore: “Proprio per mezzo dell’arte vien creato quel grande Leviatano, chiamato Potere politico, o Stato (in latino Civitas) il quale non è altro che un uomo artificiale, sebbene di statura e forza maggiore di quello naturale, alla cui protezione e difesa è rivolto, ed in cui la Sovranità è un’anima artificiale che imprime al tutto vita e movimento; i magistrati e gli altri membri del potere giudiziario ed esecutivo, articolazioni artificiali; il Premio e la Pena mediante cui, legato com’è al seggio della Sovranità, ogni articolazione e membro riceve la spinta a compiere il proprio dovere, sono i Nervi, i quali hanno la stessa funzione nell’organismo naturale; [….] i Consiglieri, che suggeriscono tutte le cose indispensabili a conoscersi, sono la Memoria […] la Rivolta, Malattia; e la Guerra Civile, Morte” (Leviatano, Introduzione).

Splendidamente detto; però.

Pur essendo un autore classico nella scienza politica, se consideriamo la sua peculiare genialità forse Hobbes avrebbe fatto meglio a occuparsi di arte. Quando si parla della mente, ossia del cervello umano, si dà sempre per assodato che essa controlli tutto il corpo, come un governo centrale onnipotente e arrogante, al quale tutti i funzionari locali (gli altri organi) debbano sempre chiedere umilmente permesso per poter procedere a realizzare alcunché.

Ma la nostra esperienza quotidiana, se ci fermiamo un attimo per osservarla con calma, ci racconta un’altra storia: ci dice che le mani spesso vanno e fanno da sole, che la pelle riconosce, capisce e sceglie in autonomia, che “il cuore ha ragioni che la ragione non ha”, e così via.

Non c’è niente di fascista nel nostro modo di essere umani; l’autonomia locale, il governo dal basso, la libertà e l’autodeterminazione degli organi sono i valori che ci guidano, gli ideali che ci ispirano, i sogni che ci risvegliano.

Forse sto esagerando; ma mi perdonerete, perché capirete la mia presa di posizione; dopotutto, sono italiano.

(Alberto Cassone)

www.italianalingua.it


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