I verbi pronominali e il paradiso terrestre

Ci furono un tempo (infiniti secoli fa) e un luogo (il Paradiso terrestre) in cui non erano solo gli umani, ossia Eva e Adamo, ad amarsi reciprocamente: anche tutte le altre creature si amavano fra loro, così come tutte le cose, e persino tutte le parole. Tutti i nomi si amavano, l’un l’altro, follemente; lo stesso accadeva a tutti gli aggettivi; ai verbi; ai pronomi. I pronomi atoni, però, avevano un problemino: eran lievi, delicati, senza forza. Mi, le, vi, li, si... paroline, pronomini eterei, inconsistenti particelle che volavan via al primo sbuffo di brezza. Ben altro che una brezza, però, era quell’energia, quell’amore celeste cosmico onnipotente: leggiadro ma impetuoso, tenero ma impietoso, nessuno e niente poteva resistergli.

Avvenne così che i pronomi atoni, incapaci di star saldi al loro posto, spinti dal reciproco amore finirono per attaccarsi l’uno all’altro. Dopo il trauma iniziale, si accorsero che la nuova situazione non era poi così spiacevole; anzi. Con che gusto commentavano: “guarda come sela spassano Adamo ed Eva!”, con quale passione conversavano:

“Come tela sei cavata con quella congiunzione di pagamento?”

“Tela sei presa per quell’articolo al vetriolo contro di te?”

“Ieri l’ha fatta veramente grossa e, quando il papà l’ha scoperto, sel’è vista proprio brutta; ma alla fine, per fortuna, sel’è cavata con un predicativozzo”

“Sarà pure un bravo artista, ma quanto sela tira! Manco avesse dipinto la copula di San Pietro!”

 “Mela sto facendo sotto, lo ammetto... riconoscerai anche tu che mi trovo in una preposizione veramente difficile!”

“Io e lui abbiamo avuto un brutto avverbio, ma non mela sono sentita di picchiarlo, quindi sono andato via”.

Questo stato di cose, che potremmo dire appiccicoso, durò per millenni; ma oggi, come sappiamo, non è più così. Sarà che noialtri, terrestri peccatori, non crediamo molto, oramai, all’amore vero.

Può capitarci, però, di incontrarlo, per caso. Una volta nella vita, forse. Quell’amore infinito, imperativo... e giocoso. E in quei momenti, ebbene sì, siamo ancora capaci di dirci:

“siamo nati per spassarcela, quindi... spassiamocela!”

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I VERBI PRONOMINALI E IL PARAD... E IL PARTICIPIO!

(NELLA VITA, LA PARTE SERIA PRIMA O POI ARRIVA):

In italiano esistono dei verbi che si presentano sempre accompagnati dal “si” (particella pronominale: quindi mi, ti, si, ci, etc. a seconda della persona)  e dal pronome personale “la” (davanti al quale le particelle pronominali si trasformano, naturalmente, in me, te, se, ce, etc.). Eccone alcuni esempi al passato prossimo: “me la sono presa” (mi sono offeso), “me la sono cavata” (sono uscito con successo da una situazione difficile), “te la sei vista brutta” (hai passato un momento in cui sembravi in grandissima difficoltà), “ce la siamo spassata” (ci siamo estremamente divertiti) “ve la siete fatta sotto” (avete provato una grande paura), “se la sono tirata” (si sono comportati da persone che si considerano superiori), “non se l’è sentita” (ha sentito di non potere compiere quella azione). Spesso, come appare chiaramente dagli esempi proposti, non si tratta di semplici verbi ma di locuzioni verbali più complesse, formate da più elementi separati ma inseparabili: farsela sotto, vedersela brutta.

L’uso dell’ausiliare essere nelle forme composte è naturalmente legato alla forma pronominale (si chiama così una forma verbale contenente uno o più pronomi atoni) di questi verbi e locuzioni verbali. Quel che sembra, a prima vista, meno naturale è il fatto che tali verbi, insieme a tutti i verbi pronominali transitivi, vedono, in presenza del pronome personale atono in funzione di complemento oggetto la (lo, li, le)  - e in parte anche in presenza di ne - il participio passato accordarsi con l’oggetto e non con il soggetto, benché l’ausiliare sia, appunto, essere: “ma, Mario, te la sei lavata bene, la faccia?” “dove te le sei comprate, quelle scarpe?” “caro Giuseppe, te ne sei fatta una ragione, finalmente?” (ma, in quest’ultimo caso, trattandosi della particella “ne” si può applicare anche l’accordo con il soggetto: “caro Giuseppe, te ne sei fatto una ragione, finalmente?”).

Sembra quindi che il pronome personale atono di terza persona maschile o femminile, singolare o plurale, in funzione di complemento oggetto abbia una speciale capacità di attirare su di sé l’accordo, in genere e numero, del participio passato, a prescindere dal tipo di ausiliare utilizzato.

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