I corsi di dizione e la pronuncia dell'italiano standard

 

 

Partecipare a un corso di dizione ci fa sentire tutti un po' ignoranti. Tutti? No, solo il 99 % di noi.

Tali corsi fanno riferimento a un modello linguistico (non solo di pronuncia: si tratta di una lingua completa) detto "Italiano standard". Ma quante persone lo sanno usare effettivamente? Leggiamo il linguista e italianista Gian Luigi Beccaria ("Italiano antico e nuovo", Garzanti, 1988, pagine 143 - 146):

"L’italiano di pronuncia standard è una realtà linguistica in buona parte astratta, comunque nettamente minoritaria nell’uso effettivo (Canepari calcola che gli Italiani standard costituiscono l’1% della popolazione). Perché in Italia, chi più chi meno, tutti parlano con qualche venatura regionale. Non c’è nessuno in Italia che possieda l’italiano standard come lingua materna. Non voglio fare l’apologia dell’italiano di De Mita, o del romanesco televisivo. Ma a ciò non si rimedia facendo delle crociate e portando come modello la pronuncia ‘corretta’ delle scuole di dizione: una sorta di fiorentino emendato. E' una norma astratta ad uso di annunciatori e attori di prosa. Proviene, storicamente, dal fiorentino, ma è diversa da esso. Privata di qualche segno socialmente caratterizzante o di qualche pur lieve caratterizzazione geografica, la pronuncia da scuola di recitazione suona per alcuni neutra, asessuata, è comunque un frutto artificiale, di astratta perfezione. Ma anche chi l’ammira dovrebbe rendersi conto che nella situazione attuale un intervento disciplinatore è utopico. Quanto a me, confesso di preferire di gran lunga gli annunciatori che sono più giornalisti che dicitori, quelli che hanno anche qualche piccola venatura locale. [...] ricordo, che Giovanni XXIII pronunciava caressa, Bressia, affretata: una deformazione regionale che non ha certo nuociuto al suo carisma. [...] So che il pregiudizio antimeridionale può far giudicare 'volgare' o 'sgradevole' [...] la z che in certe zone dell'Italia meridionale in posizione postconsonantica si sonorizza (aldzare, caldza, mardzo). E io piemontese sono portato a censurare come 'brutto' e 'sguaiato' l'effetto della e chiusa di béllo, al limite di billo in certe parti del Piemonte [...]".

Quello di cui pochi si rendono conto è che tutti noi (un "noi" definito localmente, non personalmente) rispettiamo, nel parlare quotidiano, alcuni aspetti dell'italiano standard mentre non ne rispettiamo altri. Non è assolutamente vero, per esempio, che i Fiorentini parlino e scrivano "naturalmente" in standard. Spesso il modello è addirittura utilizzato (inconsapevolmente, ma non per questo meno antipaticamente) come fonte di discriminazione regionale - ad esempio, leggiamo questo commento di un utente internet sui presentatori TG:

"Giorgino, ti prego, impara a pronunciare l'italiano e soprattutto ad usare la s sonora (non si dice coSì, BraSile, milaneSe, ecc. ecc.)! Chi risiede a nord del Grande Raccordo Anulare non può sopportare questo strazio per le orecchie. Quando uno va in video dovrebbe saper parlare un italiano perfetto, mentre si sentono dappertutto pronunce abominevoli (su Sky in particolare, ma anche la Rai non scherza). Onore al merito di Lilli Gruber, che su questo fronte è davvero impeccabile". (dalla pagina online del Corriere: http://www.corriere.it/foto-gallery/spettacoli/15_aprile_27/gli-storici-mezzobusti-telegiornali-tg-italiani-3704f80e-ecb8-11e4-8e05-565b17b54795.shtml)

Sembra che l'utente ritenga il particolare tratto regionale presente nella pronuncia del presentatore in questione del tutto imperdonabile. Nella parlata "A nord del Grande Raccordo Anulare", però, come abbiamo visto leggendo Beccaria, si trovano altrettanti diversi tratti regionali, che (per ignoranza e per un ben noto complesso di superiorità) non vengono identificati come "regionali" e ritenuti appartenenti all'italiano standard. Così, l'idea di un modello di lingua "giusta" effettivamente diffuso sul territorio e tra i parlanti finisce per prestarsi perfettamente a intenzioni discriminatorie. Il nostro modello di lingua giusta, intendiamoci, esiste - e non è necessariamente un male che esso esista - : ma è un modello astratto.

(Su italiano e dialetti, leggi anche questo articolo e quest'altro articolo)

 


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