ITALIANA - Lingua e Cultura

Gli italiani. Virtù e vizi di un popolo

Presentiamo qui alcuni brevissimi estratti dalla celeberrima analisi dell'"italianità" compiuta da Luigi Barzini Jr., "Gli Italiani. Virtù e vizi di un popolo".

 

VENERDI' 7 AGOSTO.

 Dalla Premessa per il lettore italiano, pagine 18 - 21 (edizione BUR Saggi, 2008):

 

"Una delle principali cause di perplessità in cui ci si imbatte, quasi ad ogni passo, nel considerare le cose d'Italia [...] è l'assurda discrepanza tra l'eccellenza di gran parte degli italiani singoli e il destino generalmente sciagurato del loro paese attraverso i secoli. Si tratta, com'è noto, di un problema fondamentale. Il numero di geni, innovatori, santi, eroi è stato da noi in ogni tempo notoriamente superiore alle nostre necessità nazionali, sproporzionato alla modesta estensione della penisola e al numero degli abitanti. Che questi eminenti personaggi abbiano arricchito in modo decisivo la civiltà del mondo è un luogo comune da almanacchi. Non è possibile scrivere una storia delle idee, delle arti figurative, delle lettere, di quasi tutte le scienze, delle tecniche, e di molte altre discipline, senza nominare un buon numero di italiani. [...] Gli italiani hanno scoperto l'America per gli americani; hanno insegnato agli inglesi l'arte poetica, gli accorgimenti per governare, la teoria dell'equilibrio delle forze, le astuzie bancarie e commerciali; ai tedeschi i primi elementi dell'arte militare e l'impiego delle artiglierie; ai russi la recitazione e la danza classica; l'arte culinaria ai francesi, e la musica a quasi tutti. Infine, se un giorno questo nostro mondo dovesse dissolversi in una nuvoletta di polvere radioattiva spersa nella Via Lattea, ciò avverrebbe grazie agli ordigni nucleari creati con l'apporto decisivo dell'intelligenza italiana. [...] Non si può negare che quegli eminenti italiani abbiano reso grande l'Italia, una Italia, almeno, la nazione spirituale [...]. Come è noto, tuttavia, quegli stessi eminenti personaggi non riuscirono a rendere grande e fortunata un'altra Italia, il concreto paese degli almanacchi, della geografia e della storia. In effetti si potrebbe asserire che molti di quei giganti dell'intelletto e della virtus abbiano esercitato una fiacca influenza, o non ne abbiano esercitato affatto, sui loro conterranei. Non è, si badi, che gli italiani non amino e non ammirino molti dei loro personaggi illustri. Ne vanno matti. Li scelgono, però, a modo loro. Hanno sempre apprezzato ingegnosi e scintillanti letterati, capaci di stupirli, commuoverli e distrarli; hanno delirato per ballerini, cantanti, attori, musicisti, architetti, drammaturghi insigni, purché fossero ingegnosi e appassionanti; hanno adorato santi generosi di miracoli; hanno rispettato e onorato anche scienziati, filosofi, storici, purché non tentassero di diffondere idee sconvolgenti. Hanno, altresì, seguito e applaudito principi, condottieri, dittatori, per taluni dei quali sono anche morti volentieri, pur gioiendo sempre della loro rovina. Tuttavia si può affermare che una buona parte dei nostri grandi, forse la maggioranza, ha avuto vita grama da noi. [...] In altri paesi civili dell'Occidente i giovani che sentono lievitare nell'animo un'ansia di grandezza trovano, senza molte difficoltà, la strada aperta. I vecchi li aiutano. I coetanei li incoraggiano. [...] Da noi, in tutti i tempi, tali giovani devono nascondere la loro vocazione se vogliono campare. A pochi è permesso diventare grandi in vita. A molti, tutt'al più, è concesso diventare famosi, il che è tutt'altra cosa. Quelli che non si possono sottrarre al loro destino, di spingere con l'esempio e col pensiero i connazionali verso la grandezza civile e morale, lo fanno a loro rischio. Niccolò Machiavelli fu tenuto lontano dagli affari importanti, imprigionato e torturato; Giovambattista Vico visse in miseria; Galileo Galilei fu processato per la sua ostinazione scientifica; Garibaldi finì sorvegliato dalla polizia. Cercarono pace lontano dalla patria Dante Alighieri, Giuseppe Mazzini, Ugo Foscolo, Enrico Fermi, Toscanini, Salvemini e infiniti altri. [...] Altri furono bruciati sul rogo, come Giordano Bruno e Savonarola, impiccati come i patrioti della Repubblica partenopea, scannati come Pisacane, trucidati dalla folla come Cola di Rienzo".

 

VENERDI' 14 AGOSTO.

 Dalla Premessa per il lettore italiano, pagine 26 - 27 (edizione BUR Saggi, 2008):

 

"[...] per quanto gli Italiani non scrivano molto sui loro costumi, ne parlano sempre. è una discussione che continua senza interruzione negli scompartimenti ferroviari, tra i tavolini dei caffè, nelle redazioni dei giornali, sull’argomento che più ci affascina: perché siamo come siamo?

Io ho preso parte tutta la vita a queste discussioni oziose e talvolta erudite. Ho udito esporre infinite ingegnose teorie senza che si arrivasse mai a una conclusione definitiva. Ho scoperto, comunque, che tutti, istintivamente, riconosciamo come talune abitudini, taluni tratti di carattere, certe tendenze e certe pratiche siano inequivocabilmente nostre. Le chiamiamo ‘le cose all’italiana’. Queste parole vengono talora pronunciate con fierezza, talora con affetto, con ironia, con compassione, con aria divertita, o con rassegnazione, molto spesso con ira, sdegno, o sarcasmo, ma sempre con un sottofondo di tristezza".

 

VENERDI' 21 AGOSTO.

 Dal primo capitolo, La pacifica invasione, pagine 29 - 38 (edizione BUR Saggi, 2008):

 

"Gli Italiani sono soddisfatti e perplessi. Ogni anno, dalla fine della guerra, hanno visto aumentare il numero dei turisti stranieri nel loro paese con un ritmo incredibilmente alto [...] Sembrano ansiosi di assimilare quanta più cultura possono, in tutte le sue forme, il più economicamente e il più rapidamente possibile. [...] Molti stranieri tornano l'anno seguente. Alcuni tornano sempre e sempre più spesso. Altri rimangono un po' più a lungo ogni volta e alla fine decidono di stabilirsi in Italia per un certo tempo. Qualcuno scopre con sgomento, un determinato giorno, di non potersene più andare. Questi ultimi sospettano, nelle notti insonni, nelle ore di sincerità, che c'è qualcosa di vile nella decisione di vivere qui per sempre. Questa sensazione è stata assai ben descritta, molti anni fa, da Nathaniel Hawthorne, turista a Roma, che poco a poco vide se stesso tramutarsi in esule: "Gli anni in fin dei conti hanno una sorta di vuoto", scrisse, "quando ne trascorriamo troppi in una terra straniera. Rimandiamo la realtà della vita, in questi casi, fino a un momento futuro, quando respireremo di nuovo l'aria natia; ma il tempo passa e non vi sono momenti futuri; oppure, se facciamo ritorno, constatiamo che l'aria natia ha perduto le sue qualità corroboranti, e che la vita ha spostato la propria realtà nel luogo in cui ritenevamo di risiedere solo temporaneamente. Così, trovandoci tra due paesi, non ne abbiamo alcuno, o solo quel minuscolo lembo dell'uno o dell'altro nel quale riposeranno infine le nostra ossa scontente".

 

VENERDI' 28 AGOSTO.

 Dal secondo capitolo, Il perenne pellegrinaggio, pagine 55 - 57 (edizione BUR Saggi, 2008):

 

"Non è quindi da stupirsi se durante l'empio Rinascimento giunsero più persone che durante i secoli precedenti, pii e severi. L'Italia era divenuta la nazione più ricca, più brillante, più colta, incredula e intelligente della cristianità. Gli italiani avevano trasformato l'universo o, almeno, il concetto dell'uomo sull'universo e sul suo posto in esso. Avevano dato l'avvio a un rivoluzione che doveva trasformare l'Europa nei secoli successivi. [...] Nel corso di pochi anni, furono fatte o adottate nuove stupefacenti invenzioni, scoperte e tecniche. Attività nuove produssero ricchezze incalcolabili e inimmaginabili che, con una reazione a catena, facevano sorgere altre nuove attività, producendo altra ricchezza; scoperte geografiche, audaci esperimenti scientifici, espedienti ingegnosi, commerciali e bancari, speculazioni intellettuali, tutto contribuiva a moltiplicare le risorse finanziarie disponibili. La ricchezza favoriva inoltre la raffinatezza dei modi, finanziava scuole e accademie, rendeva la vita facile, tra gli altri, anche a poeti, pittori, scultori e studiosi. [...] Nulla che avesse qualche importanza poteva essere intrapreso nel resto d'Europa, a quel tempo, senza prima recarsi a vedere che cosa avessero escogitato gli italiani e che cosa avessero scoperto e inventato di recente".