Cultura italiana nazionale, carote e bastoni internazionali.

La "cultura italiana" è da una parte una realtà d'élite, niente affatto in un senso negativo ma certamente in un senso ristretto - le persone la cui vita è stata cambiata dalla lettura di Dante, Machiavelli, Leopardi, Manzoni, Gramsci, Silone sono autenticamente "italiane" - dall'altra è la realtà degli esclusi e sfruttati, dei diseredati, derisi e dimenticati che vengono ingrassati di cibo italiano nazional-popolare, vale a dire nutriti di carote geneticamente modificate. Si tratta delle carote consumistiche del calcio italiano e della televisione italiana, gentilmente offerte assieme alle bastonate della "flessibilità" sul lavoro, dei sacrifici in termini di dignità e pensioni "chiesti dall'Europa" e della guerra fra poveri imposta da politiche immigratorie (comuni alla "destra" e alla "sinistra") ipocrite e irresponsabili.

Le carote consumistiche con cui vengono compensate tali bastonate sono solo superficialmente italiane: il calcio è un mondo di affari assolutamente internazionale, la televisione italiana è sempre meno espressione di una specificità culturale, sempre più di una forma d'intrattenimento - e di invito alla selvaggia competizione individualistica, sotto forma di espressione del proprio talento - simile in tutto il mondo globalizzato. La natura internazionale delle carote consumistiche sta uscendo del resto allo scoperto con l'inarrestabile avanzata, nelle nostre vite quotidiane, di Google, Amazon, Facebook, Apple.

La classe media italiana, né élite culturale né terzo stato nazional-popolare, si sta come ben sappiamo restringendo; essa non crede più in alcuna forma di identità specificamente italiana: forse solo il cibo (quello buono, non certo le carote consumisticamente modificate) resta per essa fattore di autoconsapevolezza nazionale - ma è un'arma a doppio taglio: ogni località italiana avendo conservato e valorizzato in questi anni le proprie peculiari tradizioni culinarie. Sono passati i tempi  in cui la pizza, da piatto tipicamente del Sud (Umberto Eco, di Alessandria, nella sua giovinezza non l'aveva mai assaggiata) diveniva un piatto pienamente italiano.

L’analisi di un brano musicale che, pubblicato nel 1983, divenne famoso in tutto il mondo e che se fosse pubblicato oggi non sarebbe particolarmente notato, L’italiano, scritto da Cristiano Minellono e Salvatore Cutugno ed eseguito da Salvatore Cutugno, può farci comprendere come tale brano funzioni ottimamente sia da “specchio” dell’italianità nazional-popolare di ieri che da “presentimento” di quella di oggi. Nei versi

 

Con più donne sempre meno suore [...]

Buongiorno Dio

Lo sai che ci sono anch'io [...]

Con troppa America sui manifesti [...]

Le calze nuove nel primo cassetto [...]

 

emerge la modernizzazione, che era stata liberatoria ma sempre più si farà alienante, nelle varie forme dell’emancipazione femminile, del crescente individualismo di massa, dell’americanizzazione, del consumismo. Alla modernizzazione fanno da controcanto i versi

 

Buongiorno Italia, buongiorno Maria

Con gli occhi pieni di malinconia [...]

E una Seicento giù di carrozzeria [...]

 

nei quali spiccano invece il conservatorismo, il legame tradizionalistico con le masse popolari d’un tempo cementate nel Cristianesimo, il non riuscire a - e forse non volere neanche - “stare al passo con i tempi”.

Il calcio e l’intrattenimento radiofonico e televisivo la fanno già da protagonisti - e il loro ruolo crescerà sempre più negli anni successivi, ovviamente con sempre più rete e sempre meno radio:

 

Con le canzoni, con amore, con il cuore [...]

Con l'autoradio sempre nella mano destra [...]

E la moviola la domenica in TV [...]

 

L’importanza della cultura gastronomica emerge, ma in maniera superficiale e stereotipata (l’abbiamo detto: il cibo italiano è molto più locale che non nazionale) nei versi:

 

Buongiorno Italia, gli spaghetti al dente [...]

Buongiorno Italia col caffè ristretto [...]

 

La fierezza dell’italianità, che domina questo brano nonostante gli accenni alla malinconia e all’inefficienza:

 

Buongiorno Italia con i tuoi artisti [...]

Con la bandiera in tintoria [...]

E un partigiano come presidente [...]

Buongiorno Italia che non si spaventa [...]

Perché ne sono fiero

io sono un Italiano, un Italiano vero [...]

 

non sarebbe oggi - con l’importante eccezione dell’orgogliosa consapevolezza della nostra grande arte e cultura, una forma d’orgoglio che però dovrebbe limitarsi a coloro i quali la nostra arte e cultura realmente conoscono e praticano - in alcun modo seriamente proponibile: l’Italia odierna si spaventa, eccome (il riferimento nel brano è al terrorismo e alla presunta avvenuta vittoria dello Stato su di esso, con buona pace di Aldo Moro e delle reali ragioni del suo assassinio, ancora oggi non di dominio comune); i tanti stranieri nel frattempo giunti tra noi hanno reso molto meno solida quella percezione di un’identità nazionale di massa che basi solide non può in alcun modo avere; i presidenti venuti dopo Sandro Pertini non hanno certo brillato per coraggio e coerenza; lo Stato sociale, già ai tempi di Cutugno clientelare e disorganizzato, ma allora almeno ricco, ha del tutto abbandonato il popolo minuto e i suoi sogni di redenzione sociale, grazie ai tagli alla scuola e al libero studio universitario, ai tagli alla ricerca umanistica e scientifica (più alla prima che alla seconda), ai tagli alla salute e al supporto economico del sistema e dei singoli.

La reazione delle masse nazionalizzate alla sopravvenuta maggiore fragilità dell’identità nazionale è spesso aggressiva: chi non vuole rinunciarvi - perché non ha altro a cui aggrapparsi, non certo per sua colpa - diventa ancor più rabbiosamente, persino aggressivamente, patriottico, fino al nazionalismo sguaiato che abbiamo a volte visto all’opera.    

Tutto il brano di Toto Cutugno è avvolto in un’atmosfera pesantemente conformistica, che solo la ricchezza del tempo - oggi quasi del tutto svanita - e la sicurezza che si provava al tempo - oggi mostratasi del tutto infondata - riusciva a riscattare dal grigiore della mediocre routine materialistica e a trasformare in leggerezza e successo.

 

Con un vestito gessato sul blu [...]

Un canarino sopra la finestra [...]

Con la crema da barba alla menta [...]

 

Dai tempi di questa canzone, risalente a quasi quarant’anni or sono, la condizione della “cultura italiana” di massa, nazional-popolare, è come abbiamo già visto ulteriormente degradata. In questa situazione generale - che del resto segna, con irrilevanti differenze, tutti gli Stati nazionali di massa occidentali - il sentirci "italiani" può sì ancora vivere in noi, ma accanto alla consapevolezza che si deve andare oltre; non certo per abbandonare tutto affidandosi a un sogno europeo oggi eterodiretto e che in ogni caso non potrà, anche nella migliore delle gestioni, non essere condotto "dall'alto", ma per ricostruire la nostra identità politica nell'amicizia, nei territori, nelle piccole comunità solidali - dando così un buon esempio alle altre comunità, non certo chiudendosi nella propria, per carità. Ma oggi la questione del pericolo insito nel chiudersi nella propria comunità non è all’ordine del giorno - perché le comunità non esistono e vanno ricostruite, contro il dominio della società di massa. Oggi ci si chiude in casa, non in comunità - e un eventuale canarino alla nostra finestra non basta certo più a farci sorridere leggeri, né alla mia finestra oggi alcuna stellina di Gino Paoli scende vicina vicina, mi sorride e se ne torna su.

 

(Alberto Cassone, novembre 2020)