Concorrere: cosa significa?

Per gli adoratori della concorrenza (e della meritocrazia, che della prima non è che un sottoprodotto):

 

il verbo “concorrere” deriva dal latino concŭrrĕre. Il De Mauro riporta i seguenti significati:

 

1. (raro) - radunarsi, affluire in un medesimo luogo

2. (obsoleto) - essere d'accordo

3. (di uso comune) - cooperare, contribuire: concorrere alle spese, alla realizzazione di un programma

4. (di uso comune, dal 1304-1308) - prendere parte a un concorso, a una gara: concorrere per un posto di insegnante, concorrere a un premio letterario

 

Interessante, dunque, come il verbo “concorrere”, di origine latina classica, significhi fondamentalmente “cooperare”, “contribuire”. Solamente quando si tratta di cooperare partecipando a una competizione, esso può assumere il significato (successivo, ossia risalente all’inizio del XIV secolo)  di “competere”, un significato proprio anche del sostantivo “concorrenza” (del 1489 e derivato proprio da “concorrere”).

Anche nella lingua, dunque, emerge la superiorità della cooperazione sulla competizione: quest’ultima non è che un caso particolare della prima.

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Cosa dire, inoltre, della tanto lodata “meritocrazia”?

La formazione della parola non promette bene: entrata in italiano nel 1969 dall’inglese, essa significa “potere del merito”. Ovvero, abbia il potere chi lo merita.

Nel suo significato corrente, il termine implica l’esistenza una società fondata sulla competizione, in cui i migliori “ce la fanno”, gli altri no. Nell’ideale meritocratico, i “migliori” non sono i più ricchi o i più forti, bensì i più “meritevoli”.

Capite bene come la questione fondamentale stia nel come valutare il merito. Durante il feudalismo, il merito - premiato con una posizione alta nella gerarchia sociale - stava per i cavalieri nel coraggio, nella forza, nella nobiltà d’animo, nella difesa degli oppressi, nella pietà, nello sprezzo della morte e in altre virtù.

Essendo tale gerarchia estremamente rigida - non si saliva né si scendeva lungo la scala sociale - tali virtù con il tempo degenerarono. Ciò non toglie che si trattasse di una società al tempo stesso del tutto meritocratica e del tutto tradizionalistica (la tradizione facendo sì che i meritevoli fossero sempre gli stessi).

Oggi certamente non includeremmo lo sprezzo della morte tra i criteri fondamentali per valutare il merito. Eppure, qualsiasi siano i criteri, essi non possono fare altro che condurci a una società in cui i meritevoli sono sempre gli stessi.

Perché accade ciò? Semplice: il merito, come ha spiegato il filosofo Michael Sandel, è anch’esso una fortuna. Siamo sì liberi di provare a fare del nostro meglio: ma solo noi sappiamo che ci stiamo provando, mentre il mondo (che ci giudica) conosce soltanto i nostri risultati. Ora, il punto chiave è che la relazione tra massimo sforzo e ottimi risultati non dipende da noi.

Alcune persone sono meno adatte alla società in cui tutti viviamo: e l’adattamento non può essere un valore, a meno di non cadere vittime del darwinismo sociale, ossia della concezione della società come di un ambiente che seleziona i più adatti.

Il minore adattamento non è necessariamente segno di maggior valore umano - ma certamente non può essere segno di un valore minore.

Per concludere: la “meritocrazia” è uno di quegli equivoci che ha portato tante persone, un tempo politicamente solidali, a sposare - consapevolmente o inconsapevolmente - l’ideologia competitivista che oggi in Occidente regna indiscussa.

 

(Alberto Cassone)


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