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Che cosa significano le parole "solidarietà" e "solidale"?

Da quando, nel corso degli anni Novanta, i governi europei hanno iniziato a smantellare  le loro “politiche sociali”, tenendo però in piedi le strutture sociali la cui esistenza era giustificata solo da tali politiche, è divenuto chiaro quanta differenza vi sia tra la solidarietà autentica e le strutture sociali che di tale solidarietà si ammantavano. La connessione apparente tra “società” e “solidarietà” è sorta all’inizio dell’epoca industriale, a causa dell’atteggiamento di quella parte - inizialmente minoritaria - della “buona società” occidentale che, vuoi per senso di colpa o per sincero dispiacere o per calcolo anti-rivoluzionario, nel prendere atto delle disumane condizioni di lavoro e di vita della nuova classe operaia ha da una parte sviluppato una sorta di “filantropia sociale” sempre più organizzata e sistematica, dall’altra ha esercitato una sempre crescente pressione sui parlamenti e sui governi affinché adottassero misure legislative capaci di rendere meno disumane tali condizioni.

Il termine “solidarietà” è così passato, come attestato dal Dizionario italiano De Mauro, dal significare “armonia perfetta, concordia con altri nel modo di pensare, di sentire, di agire o condivisione degli impegni e delle responsabilità assunte insieme ad altri a cui si è legati da rapporti di affinità ideologica o da comuni interessi” nonché a indicare la “capacità dei membri di un determinato gruppo di prestarsi reciproca assistenza e il comportamento che ne deriva: solidarietà di classe, umana” al significare anche: “partecipazione umana e morale o impegno diretto offerti a chi è in una situazione critica o dolorosa: gesto, manifestazione di solidarietà, esprimere la propria solidarietà ai parenti delle vittime”. Questa evoluzione semantica è dovuta all’appena menzionata alterazione storica della relazione tra la “società” da una parte, dall’altra i poveri, i discriminati, i diseredati, i quali non fanno mai società: si fanno compagnia, oppure fanno comunità, o si attaccano alla famiglia, oppure crepano da soli.

Quando diciamo, di qualcosa o qualcuno, che è “solidale” ci riferiamo principalmente - se vogliamo comprendere bene questa idea - alla sua capacità di “stare insieme”. Nel Dizionario Treccani delle Scienze Fisiche, “solidale” è definito come qualcosa “che è rigidamente collegato con altro, specialmente nella meccanica: ruota solidale con un asse, ecc”; si tratta, per lo stesso dizionario, di un “aggettivo derivato dalla locuzione latina in solido, ‘insieme’”. Essere solidali significa dunque essere vicini e molto più che vicini, perché significa essere legati, ragione per cui l’aiuto concreto, materiale, che può seguire o meno da tale intima prossimità e da tale vincolo umano non è un aiuto “solidale” quando è privo, appunto, della qualità dell’essere insieme. Non per nulla, alcuni membri di quella prima stagione di filantropia sociale consideravano proprio dovere non solo aiutare materialmente i bisognosi, ma anche recarsi nelle loro case per incontrarli, dimostrando come il nucleo passato, originario, dell’attuale idea di assistenza sociale fosse culturalmente ancora in grado di concepire la solidarietà nel senso autentico del termine.

La solidarietà, del resto, non può in alcun modo essere conciliata con un elemento assolutamente strutturale della nostra ideologia, ossia con l’attaccamento fanatico all’indipendenza; l’assistenza sociale, lo Stato sociale, le politiche sociali sono tutti fenomeni che, invece, prevedono un netto distacco, una chiara distanza e una reciproca indipendenza tra chi fornisce la “solidarietà” e chi la riceve.

Anche la retorica delle tasse da pagare come forma di solidarietà verso le persone svantaggiate non dovrebbe incantare più nessuno: le tasse servono a finanziare la cosa pubblica, non la “società”; negli attuali cosiddetti Stati sociali, succubi delle grandi aziende e intransigenti verso i piccoli e i deboli, esse gravano prevalentemente sulle spalle di quei poveracci che, essendo un poco meno disperati di altri miserabili, sono chiamati a sostentarli - oltre che a sostentare i privilegiati che di tali tasse fan stipendio, reddito, capitale.

“Solidarietà sociale” è dunque, oggi, un ossimoro; lo spirito solidale è nella nostra ideologia schiacciato dallo spirito sociocratico, ossia da una simulazione sociale di solidarietà che si fonda sulla “scienza” invece che sull’umanità, sulla tecnica organizzativa e decisionale invece che sull’arte di vivere e di scegliere, sulla razionalità invece che sulla ragione, sull’equivalenza invece che sull’eguaglianza, sul paternalismo invece che sulla fratellanza, sull’autorità degli esperti invece che sull’autorevolezza dei saggi.

(Alberto Cassone, www.italianalingua.it)